27. dic, 2018

ABERRAZIONI E ASSASSINI Nelle nostre Valli -TI

ABERRAZIONI E ASSASSINI Nelle nostre Valli in Nome di un Dio Cattolico.(Quando Potere, Legge, Cattiveria ed Ignoranza viaggiavano a braccetto). 

 

 Ricerca di Tosca Braga-Scapozza-Flavio Braga.

 

 “La convinzione Cristiana che il mondo sia malvagio ed orribile, ha reso il mondo malvagio ed orribile”

- Friedrich Nietzsche

 

Appunti

Fonte: Bozzini

 

Processi nelle tre valli:

 

Strega –         1°partecipazione (di solito in infanzia)

                        2°chi l’ha condotta

                        3°come è stata ingannata ( di solito non si rende conto)

                        4°conferma per non fare torto

                        5°si cerca il “segno o Marca” (di solito sulla spalla sinistra)

 

I 2/3 dei testimoni abita nel medesimo villaggio dell’accusata

 

29 accusati hanno oltrepassato i confini per il Sabba:

Al Monte Ceneri, secondo Joanina de Rodi, ha luogo il Barlott più importante dell’anno.

 

Durante il processo:

il 1° tempo la strega non racconta il Sabba

nel 2° tempo tramite la tortura, costretta dal dolore, confessa.

 

In media 3 sedute compongono un processo per stregoneria. Questo per diminuire le spese e comunque ogni sospettato sono convinti che essere colpevole.

 

Il tribunale è composto di regola da 10persone.

1.     Il balivo -  (giudice)

2.     Il Luogotenente - (indigeno scelto dal Balivo; è assessore in tribunale, ma senza diritto di

voto al momento della sentenza).

Eccezione solo in assenza del Balivo può fare il Giudice.

3.     Land scriba - che è eletto dal Parlamento e redige la sentenza

4.     Caneparo – abita in valle, si occupa dell’amministrazione regionale e della colletta

Tasse processuali

Nota: Il Luogotenente, lo Scriba e il Caneparo formano il MAGNIFICO UFFICIO che coadiuva

          Il Balivo

 

5.     Landweibel o usciere – Maestro di giustizia, cioè il Boia (nelle 3 Valli è retribuito anche per

Il ruolo di torturatore)    

 

1 accusato, testimoni, interprete ecc.

 

Sei personaggi hanno un ruolo fondamentale nel processo:

 

Il Balivo – lo Scriba – l’Interprete – il Boia– i Testimoni e l’Accusata/o

 

141 le deposizioni – testimonianze di cui:

74 rilasciate da donne

77 rilasciate da uomini

 

L’età dei testimoni va dai 10 anni di Antonio Steffan accusatore di Margarita Frippino ai

73 anni di Elisabeth accusatrice di Anna Fior.

 

Tortura:

 

L’accusata è condotta “al loco del patibolo e della gorda”, le si legano mani e piedi dietro al schiena e per mezzo di una corda passata attorno ai polsi, la si solleva. Il rituale continua attaccandole ai piedi 2 pietre il cui peso viene aumentato da 15 a 30 a 60 libbre; poi c’è la “strappata” e la si lascia ricadere.

 

Un altro mezzo di tortura consisteva nel ferro alle dita, usato solo una volta contro Agata Protti.

 

Il 18% dei carcerati sopportano la tortura e non confessano nulla:

.Margarita Rodieto (1650); viene liberata e bandita e gli vengono confiscati i beni

.Guglielmo Frilli viene liberato

.Barbara Romanescho liberata e bandita

 

Il 6% si rifiuta di “confermare de plano”; parlano solo a causa dei tormenti:

.Giovanino, Maria, Mathia sono banditi e gli vengono confiscati i beni.

 

Il 25% prima negano, poi confessano e qualcuno dice subito ciò che i magistrati vogliono udire.

 

 

I più coscienti:

Maria de Christofforo

Anna Gasparo

Catarina di Martino

Giovanino Malagamba

 

Da: Raffaella Laorca (Le 3 Valli stregate)

 

Nelle 3 Valli, tra il 1641 e il 1676, si trovano tracce di ben 257 processi.

 

Delle 47 minute processuali che compongono il corpus delle fonti usate:

27 in Leventina )1645 – 1659)

1 in Riviera (1641)

19 in Blenio (1641 – 1676)

 

Il bisogno di decifrare l’inspiegabile e la paura, sono questi i fattori che spingono i compaesani a schierarsi contro un’accusata di stregoneria.

 

Le accusate:

 

34 processi a carico di donne

13 contro uomini

 

Le donne sono:

- adulte tra i 20 e i 50 anni

- di solito sposate

- vengono decapitate o messe al rogo

 

6 sfuggono a questa categoria cioè:

- 4 sono al di sotto dei 20 anni

- 2 hanno più di 50 anni

 

Perché le donne sono state il bersaglio favorito dato che rappresentano

dai 7/10 ai 9/10 dei perseguitati?

Per 2 fattori: 1) tradizione Giudeo-Cristiana

                        2)ruolo della donna nelle società tradizionali

 

La tradizione religiosa mette la donna in una posizione ambigua perché:.

  1. ha ceduto al Demonio (Eva), precipitando l’umanità in un mondo di sofferenza

Quindi è vicina a Satana che è considerato strumento preferito nella lotta contro la volontà

Divina.

  1. Per le Società tradizionali, per le su funzioni biologiche e fisiologiche (gravidanza e

mestruazioni),dunque è più vicina alla natura ed ai suoi ritmi, è considerata colei che si situa all’intersezione tra il mondo materiale e le forze invisibili. Grazie alla sua particolare posizione, la femmina dell’uomo è in grado di padroneggiare queste forze e di indirizzarle. Un’antica tradizione, le attribuisce perciò il dono della guarigione e della profezia, ma anche quello di nuocere attraverso la manipolazione di forze oscure. In certe epoche e culture, la “misoginia” d’origine religiosa si coniuga con un’immagine complessa, sfuggente ed inquietante del sesso femminile e prepara il terreno all’accanimento sospettoso e punitivo della caccia alle streghe. In sintesi, si può affermare che la caccia alle streghe nasce da una doppia spinta sociale dall’alto, per meglio disciplinare e uniformare il mondo rurale, privandolo delle sue radici più profonde e dal basso, per il desiderio dei contadini di liberarsi da un essere “malefico”.

 

Sentenza1° fascicolo A: pag. 95 r.- 102 – giovedì 9 luglio 1627

 

 Hanno confessato:

 

Martino Pedretto di Malvaglia

Margarita Caiirolo di Simiono

Giovanni de Saratia di Lorenzaneso di Corzoneso

Cattalina de Matti maritata a Castro

Bognuda nativa Tognola maritata a Ponte Valentino

Cattalina Ughetti di Lottigna

Pietro Bosetto di Dangio

Cattalina Bino

Margarita Cioscio di Malvaglia

Giovanni Gianuco di Castro

Fomia de Ferrari o Bosettollo moglie d0’Ambrosio Legranza di Dangio

 

 

Hanno: rifiutato Iddio Nostro Signore benedetto e la sua santissima madre e il santo battesimo

            Accettato la brutta bestia infernale per suo patrono e conculcato la santissima croce

                           e con detto demonio aver commesso e avuto carnalità e altri illeciti modi

                           quali per brevità si tacciono

 

Martino Pedretto

Margarita Caiirolo

Giovanni Saratia de Lorenzaneso

Cattalina de Matti

Bognuda Tognolo

Cattalina Ughetti

Pietro Bosetto

Cattalina Bino

Martino Martinetto de Pozzo

Gioanna de Cima di Torre

Catarina D Ântonio de Semione

 

…..”non siano più degni di vivere al mondo, ma prima spiritualmente confessate de loro errori, esser consegnati nelle mani del mastro di giustizia, con la sua spada troncarli il capo tanto lontano dal busto quanto possi passare per mezzo la roda d’un carro…i capi e i corpi siano in contenente dopo messi nel foco ardente e ivi siano abrugiate pelle, carni e ossa, sino che siano ridotti in polvere, le quali per detto mastro di giustizia sotterrate e caso qualche delle suddette persone una o più non si mostrasse veramente dolente, pentita e confessa de loro errori commessi, ordiniamo che questi talio tale siano cossi vivi consumati nel foco ardente in penitenza di u loro ostinazione…confiscando li loro beni alla magnifica Camera”.

 

 

Fuggiti:

 

Margarita Cioscio

Giovanni Gianuco

Fomia Ferrari de Dongio

 

…”Sono banditi dalla giurisdizione de nostri illustrissime e potentissimi Signori Svizzeri delli 3 Cantoni in perpetuo per eretici  pubblici…che niuna persona abbi a darli aiuto né sostegno alcuno sotto le pene contenute nelli statuti di questo paese e ricapitando loro nelle forze di ragione il magnifico officio sia dovuto castigarli e contra loro procedere come si contra altri simili persone confesse si procede confiscando li lorobeni9 alla magnifica Camera”.

 

 

Processi contro:

 

 

Giovanni d’Andrietta de Cima di Degro

Gioanolo Cotesti di Malvaglia

Martino di Trondio di Malvaglia

Giovanni Sassela di Malvaglia

Maria Sara de Simiono

Giovanni Galina de Corzoneso

Margarita sua sorela

 

..”consta che loro vengono deposti per eretica…che si son absentati dal paese nel tempo di questa nostra inquisizione…che hanno debiti e per emptorii…si dimostrano fuggitivi….vengono banditi…che niuna persona debba darli aiuto né sostegno alcuno sotto pena di scudi 100 e altre pene…confisca e per giustificazione della verità…avremo ancolassato termine alle suddette persone citate come sopra de 15 giorni prossimi a venire di comparire in ragione a fare le sue difese”.

 

Belladonna:

 

La Belladonna è una pianta usata nella magia…è tossica. Viene usata in campo esoterico perché è uno “strumento” che favorisce la veggenza e l’uscita in corpo astrale.

Presa in dosi elevate può provocare una violenta contrazione della faringe e sospendere ogni tentativo di deglutizioni in più è allucinogena.

Può provocare la morte.

Usata in Italia dalle “belle dame” come collirio.

Fu spesso utilizzata insieme a piante come la “Datura” per realizzare il famoso “Unguento delle Streghe”, la cui tossicità era così elevata che permetteva di penetrare al di sotto dell’epidermide.

Faceva “Volare”. Le streghe ungevano il manico di scopa, ci si sedevano sopra e la sostanza attraverso la vagina, zona molto sensibile che permetteva un’assimilazione veloce e uno stato di grande eccitazione sessuale, le faceva viaggiare con la mente in un “trip” indotto da droghe sintetiche (www.mistero-curioso.com)

Il nome Belladonna appartiene alla famiglia della Mandragola, l’Atropa Belladonna, in latino Solanum dulcamara – solanumnigrum, viene associata a Saturno – Marte e all’elemento Acqua.

Usata anche per tenere lontano il malocchio.

Chiamata “Ciliega della Pazzia”. “Solatro furioso”, “Ciliegia delle Streghe”, “monella furiosa”.

 

Origine del nome:

Linneo chiamò questo genere di piante “Atropa” richiamandosi al nome di una delle 3 Parche omeriche.

Le gentil donne veneziane immettevano il succo negli occhi per acquisire uno “sguardo sognante”.

Viene associata ai riti satanici.

 

 

La mandragola

è una pianta che presenta delle caratteristiche radici a biforcazione che ricordano la figura umana. Con proprietà anestetiche, spesso compare nella letteratura magica come elemento con poteri soprannaturali. E' una pianta mediterranea, si può trovare sporadicamente ai margini dei campi, nelle radure dei boschi, nei luoghi incolti.
In Umbria, è possibile trovarla nella località di Norcia. La mandragola può avere radici nere (la femmina) o di colore bianco (il maschio).

 

 

Pianta Magica


Veniamo ora all'aspetto esoterico di questa pianta dalle qualità, a dire dei esperti del settore, magiche: essa è uno degli ingredienti più utilizzati per i filtri d'amore medievali e rinascimentali. 
La magica mandragola andava raccolta ai piedi del patibolo, perché si credeva che fosse lì che germogliasse grazie allo sperma degli impiccati e dei disgraziati sottoposti al supplizio della ruota. 
Inoltre si diceva che occorresse una certa cautela nel raccoglierla perché non appena fosse toccata dalla lama di un coltello, questa emetteva un urlo straziante che chi sentiva tale suono perdeva completamente il senno della ragione per sempre. 
Un metodo per strapparla senza subire danni ,così suggerito dagli antichi maghi è quello di: scavare un po' di terra intorno alla radice, legarla e annodare l'altro capo della corda a un cane. In seguito ci si mette a correre, e il cane volendo seguirci la sradica e così muore soltanto il cane.
Oltre alle proprietà amorose tale pianta può conferire al suo possessore protezione e ricchezza. Alcuni grandi personaggi del passato quali Goethe, Cagliostro, Giovanna d'Arco ecc..

Creare Homunculus


Inoltre la mandragola era utilizzata anche per creare l'Homunculus cui troviamo riferimento le parole di Simon Mago: "Mediante il mio potere...formai una nuova creatura.."
Paracelso ha trattato diffusamente dell'homunculus, sostenendo che fosse un essere magico che poteva realmente creare. Questi omini erano dotati di capacità magiche e di grande saggezza. L'alchimista doveva nutrirlo con sangue umano eseguirne la crescita per quaranta settimane a quel punto era pronto un essere umano solo molto piccolo. L'homunculus era depositario di grandi segreti e conosceva tutti i misteri della vita.

 

Altro:

 

Martino = essere ritenuto diabolico dagli Inquisitori.

 

La festa di S. Martino (11 novembre).

 

Martino è il nome del Diavolo che dirige il Barlott, Sabba, Tregendo, Akelare (lingua basca,  riunione notturna più uso di sostanze insolite tipo Belladonna, Amanita).

 

 

LASTREGONERIA NELLA STORIA.

Le credenze in stregoneria e magia fanno parte della storia dell’uomo; riti propiziatorie formule magiche compaiono in tutte le civiltà e caratterizzano soprattutto le religioni pagane; nell’Odissea troviamo la maga Circe che trasforma in porci i compagni di Ulisse, nella tragedia di Euripide e Seneca Medea si rivolge alla dea Ecate.

Pressoi Romani troviamo l’oraziana Canidia e la descrizione dei più svariati sortilegi lasciata nell’Asino d’oro da Apuleio, che era stato accusato di stregoneria.

Molto importante era il ruolo della magia nel campo medico; infatti molte delle ricette della medicina popolare erano basate sulla magia e l’uso di erbe miracolose unite a formule magiche. Con l’avvento degli imperatori cristiani, nel IV secolo d. C. iniziò una feroce persecuzione delle pratiche magiche, spesso identificate con le pratiche religiose pagane; gli dei pagani vennero demonizzati, considerati cioè creature infernali e il loro culto era considerato un inganno del diavolo per allontanare gli uomini dal culto del vero Dio: paganesimo e culto del diavolo venivano così a confluire, comprendendo anche tutto l’insieme di credenze magiche popolari.

Nell’alto Medioevo solo sporadicamente si perseguitano le residue superstizioni pagane e l’esercizio delle arti magiche e solo nei casi in cui è chiara la rinuncia al vero Dio; dopo il Mille si ha un declino dell’interesse nel magico, in relazione alla crescente urbanizzazione che pone in secondo piano le esigenze del mondo rurale, da sempre terreno tradizionale del magico. Ma più pericolose delle superstizioni contadine si rivelano presto le varie espressioni della magia dotta, come l’astrologia e l’alchimia, il cui studio riceve impulso dai contatti con il mondo greco ed arabo in seguito alle Crociate. Gli sviluppi di questa magia dotta, tanto legati a quelli della scienza moderna, non avrebbero presto mancato di preoccupare i difensori dell’ortodossia religiosa, finora occupati a combattere gli eretici; nel XIII sec. Nasce infatti l’Inquisizione,

rete di tribunali ecclesiastici deputati all’indagine e all’esame dei casi di eresia,

che più tardi verrà affidata all’ordine domenicano.

Dalla metà del Duecento troviamo le prime bolle pontificie che lanciano la persecuzione contro le streghe e assistiamo ad un cambiamento nel concetto del reato di stregoneria: se nell’alto Medioevo era solo superstizione residua del paganesimo punibile con penitenze più o meno severe, ora diventa un reato d’eresia, cioè di deviazione dalla vera fede, e come tale, in caso di ostinazione dopo la scomunica, è punibile con la consegna all’autorità civile incaricata di emanare ed eseguire la sentenza di morte.

Cambia anche la credenza nei contenuti della stregoneria e si viene delineando il quadro che porterà all’inizio delle grandi persecuzioni di fine Quattrocento: il ruolo fondamentale delle donne come streghe, il patto con il diavolo e il sabba, cioè il banchetto infernale a cui la strega si reca magicamente dopo essersi cosparsa di unguenti e dove rende l’omaggio rituale al diavolo partecipando all’orgia diabolica. Fra il XIV ed il XV secolo il numero dei processi per stregoneria andò continuamente aumentando, ma fino alla fine del Quattrocento la persecuzione riguarda solo alcune aree, soprattutto montane e spesso terra di eretici: la Francia meridionale, le Alpi francesi e svizzere, l’alta Germania, la diocesi di Como.

Si moltiplicano anche i trattati sulla stregoneria; è del 1486 il Malleus Maleficarum (il Martello delle streghe), in cui i due frati domenicani Institore Sprenger, sulla base dell’esperienza acquisita  come inquisitori nella Germania renana, descrivono il modo in cui vengono compiuti i malefici, i possibili rimedi e le procedure giuridiche da adottare verso streghe e stregoni. Il Malleus costituì il modello di numerosi scritti simili. Con la bolla del 1484 di Papa Innocenzo VIII e la pubblicazione del Malleus iniziò una vasta ondata di persecuzioni che si estese oltre la Germania, nella Stiria, nel Tirolo, nelle Alpi italiane, a Bologna e nei Pirenei; essa diminuì d’intensità solo verso il 1530. Un’esasperata ripresa della caccia alle streghe si avrà nella seconda metà del Cinquecento e durerà fino alla metà del Seicento: sono gli anni delle guerre di religione tra cattolici e protestanti e poi della Guerra dei Trent’anni, che insanguinerà l’Europa tra il1618 e il 1648. Anche le guerre di religione infatti contribuirono a scatenare le persecuzioni contro la stregoneria; si trattava infatti di

Lotte pervase di fanatismo e intolleranza, alimentate da odi e devastazioni della guerra. Spesso si cercava un capro espiatorio cui addossare la colpa di sciagure naturali, delle carestie conseguenti alle guerre, delle epidemie. In genere i processi per stregoneria si concludevano con la condanna a morte dell’imputato, sia che questi avesse confessato o no; le confessioni spesso erano estorte con la tortura durante interrogatori condotti ovunque con modalità simili, secondo quanto prescritto dal Malleus. Anche quando l’Inquisizione e i giudici smisero di dare la caccia alle streghe, roghi e massacri continuarono, spesso provocati dagli odi e dalle paure della gente, che portavano a linciaggi senza alcun processo. Verso la fine del Seicento, quando ormai in Europa i roghi delle streghe si facevano sempre più rari, l’ossessione per la stregoneria radicata nella cupa religiosità dei coloni puritani dava i suoi frutti nella Nuova Inghilterra, in America.

La fine delle persecuzioni non avvenne contemporaneamente in tutta Europa; verso la metà del Seicento venne pubblicata un’Instructio ecclesiastica, già circolante dagli anni ‘20, che, pur non mettendo in discussione la realtà della stregoneria, raccomandava ai giudici la massima prudenza nell’istruire quelle cause. Attorno a  quegli anni vari paesi europei cominciarono ad emanare editti che miravano al imitare il fenomeno; ad esempio in Francia nel 1624 si stabilì che tutti i processi per stregoneria conclusisi con una sentenza implicante la pena di morte o gravi punizioni corporali dovessero essere deferiti automaticamente in appello al Parlamento di Parigi e nel 1682 venne definitivamente soppresso il reato di stregoneria. Sempre più negli ambienti intellettuali erano fiorite teorie ardite e apertamente scettiche non solo sulla stregoneria, ma più ingenerale sui miracoli, sulla religione costituita, sull’uso politico di essa. Limitate a gruppi ristretti di intellettuali, queste teorie non incidono direttamente sugli orientamenti dei giudici e del potere ecclesiastico, ma alla lunga contribuiscono a creare un clima sfavorevole ad ogni credenza nel magico e nel soprannaturale; parallelamente si fanno sempre più numerose le coraggiose denunce sugli abusi e le iniquità con cui venivano condotti i processi. Con l’affermarsi  della nuova scienza si posero le basi per la definitiva demolizione della credenza nella stregoneria, almeno nelle classi colte. Ma i processi e i roghi non cessarono subito; spesso, infatti, persistevano le cause politiche e sociali che erano state alla base della persecuzione delle streghe. Con l’avvento degli studi psichiatrici e psicologici le streghe di un tempo vengono considerate soggetti con disturbi psichici e quindi persone da curare, anche se spesso l’unica soluzione proposta era la reclusione in manicomio.

 

CHI ERANO LE STREGHE

La parola strega

Deriva dal latino “stryx”= barbagianni; i Latini infatti credevano che alcune donne avessero

Il potere di trasformarsi in uccelli notturni, come gufi o barbagianni.

I Francesi usano il termine sorciere, dal latino “sortilegus”= sortilega, cioè persona capace di tirare le sorti, di prevedere il futuro. Dal sassone “wicca” o “wicce”= saggio, derivano le parole inglesi

wizarde witch.

.

Anche i  termini tedeschi Hexxer ed hexxe sono legati al significato di sapiente.

La maggior parte delle persone accusate di stregoneria era di sesso femminile. L’idea che le donne fossero più facilmente soggette a cedere alla tentazione del Maligno deriva dalla profonda misoginia insita nella cultura medioevale, che si riflette in opere come il Malleus Maleficarum, nel quale si sottolinea come la stessa parola femmina derivi dal latino “fe-minus”= che ha minor fede, quindi più soggetta alle tentazioni.

Erano particolarmente esposte all’accusa di stregoneria le levatrici, le bambinaie, le cuoche e le guaritrici, donne che in genere potevano avere conoscenze particolari ad esempio nell’uso di erbe per la preparazione di unguenti e rimedi, conoscenze che facilmente potevano essere trasferite in un contesto di magia nera.

Levatrice bambinaie subivano l’accusa perché professionalmente a contatto con i bambini in un’epoca di altissima mortalità infantile e neonatale; poiché le streghe venivano considerate avide di bambini non battezzati da sacrificare al diavolo durante il sabba, il rischio di accusa era alto.

Dai documenti relativi ai processi per stregoneria risulta che spesso le accusate erano vedove o non coniugate, quindi in posizione sociale ed economica debole all’interno del villaggio; non mancano i casi di figlie giovanissime coinvolte con le madrine l’accusa di stregoneria. In genere le persecuzioni si verificavano nei centri rurali, dove erano più radicate superstizioni

E diverso era il tessuto sociale ed economico.

Come l’hanno tramandata le raffigurazioni tradizionali, la strega è brutta, vecchia e povera, cioè dotata di qualità negative, non essendo possibile, secondo l’opinione dei teologi, che da Satana provengano ai suoi seguaci doni di perfezione. Non sono però mancate le streghe avvenenti; in questo caso le qualità positive venivano considerate illusioni diaboliche e quindi si trovava sempre una giustificazione alle accuse.

Il corpo della strega presenta caratteri precisi. La lunghezza dei capelli, propria della donna, già è un segno nefasto, poiché i capelli attraggono il desiderio dei demoni: una ciocca di capelli è di solito il pegno del patto tra il diavolo e la strega: il diavolo conserva quei capelli e, dopo averli tagliati in pezzetti piccolissimi, li mescola con le esalazioni atmosferiche con le quali suscita il temporale ed è per questo che, secondo un giudice, si trovano dei piccolissimi peli nella grandine. Inoltre Satana impone il proprio marchio sul corpo dei suoi devoti e quindi le streghe portano il “signum diaboli”, che con tanto accanimento gli accusatori cercavano di individuare sul corpo dell’accusata; scoprirlo era però molto difficile, dal momento che il diavolo lo nascondeva nei punti più impensabili, non aveva un colore né una forma precisi, ma solitamente era grande come un pisello e assomigliava all’impronta di una zampa di lepre. La caratteristica fondamentale del marchio diabolico era comunque l’insensibilità al dolore: in base a ciò, dopo che tutto il corpo della donna era stato depilato, un medico lo trafiggeva con uno spillone fino a trovare il punto insensibile al dolore; se l’indagine era infruttuosa, si poteva comunque sostenere che il diavolo aveva fatto scomparire quel segno presente fino al giorno prima.

Alle streghe venivano attribuiti vari generi di poteri: può arrecare danni con il solo sguardo, può provocare una malattia grave con il contatto della mano, uccidere una persona o provocare un aborto col fiato della sua bocca, può arrecare gravi sofferenze fisiche ad una persona infierendo contro un’immagine dicerta che la rappresenta. Controlla gli eventi atmosferici e scatena disastri naturali, provoca carestie; si trasforma in animali e trasforma anche i suoi nemici. Manipola filtri, unguenti, veleni, sa ricavare sostanze sconosciute dalle piante e dai minerali: il ritrovamento in casa sua di pentolini e sacchetti di erbe secche è per i giudici un indice sicuro di colpevolezza.

Tutti questi poteri le vengono da Satana, al quale si è consacrata dopo avere ripudiato il Signore con una cerimonia durante la quale rinnega il suo battesimo, distrugge oggetti sacri e giura fedeltà al diavolo, firmando questo patto con il sangue o consegnando una ciocca di capelli. Il culto a Satana si manifestava nella cerimonia del Sabba, contrapposto alla Messa cristiana. Il Sabba si teneva in luoghi lontani dai centri abitati, durante le ore notturne, più propizie al Maligno signore delle tenebre. Le streghe vi si recavano a piedi se il luogo era vicino; altrimenti vi arrivavano a cavallo di un bastone bianco o di un manico di scopa dopo essersi unte con unguenti magici che permettevano loro di viaggiare velocissime; altre volte cavalcavano un cavallo o un montone nero o le portava il diavolo sotto forma di un uomo vestito di nero. Si credeva anche che l’anima potesse abbandonare il corpo che dormiva nel letto e raggiungere il luogo del Sabba in questa forma immateriale per poi riunirsi al corpo prima dell’alba. Al Sabba è sempre presente il

diavolo, con il corpo metà uomo e metà caprone, le corna in fronte, gli occhi rossi e fiammeggianti, le dita delle mani ricurve e armate di lunghe unghie appuntite. Appena arrivata la strega rende omaggio al diavolo baciandolo sulla spalla o sulle parti posteriori, poi iniziano le danze, le orge e il grande banchetto, nel quale in genere mancano il vino, il sale ed il pane, alimenti accetti a Dio, simboli dell’Alleanza e perciò invisi al Maligno. Ogni strega descrive le malvagità compiute dall’ultimo incontro e promette di commetterne di peggiori; chi ha fatto poco è redarguito severamente dal demonio o frustato. Il rito culminante del Sabba è la messa nera, in cui si ha la profanazione del mistero cristiano; alla fine il diavolosi distrugge nel fuoco e si

dissolve in cenere, che le streghe raccolgono per utilizzarla nei loro veleni. Le streghe formano piccoli gruppi, scavano delle buche, versano un po’d’acqua e la mescolano con un dito pronunciando formule incomprensibili, che scatenano violente tempeste e grandinate;

alcune si sollevano in aria e disperdono sui campi la polvere del diavolo, che provocherà invasioni di topi o cavallette. Dopo questi riti di morte le streghe tornano alla loro vita comune.

I trattati sulla stregoneria prestavano molta attenzione alle feste che si credevano celebrate da numerosi gruppi di streghe; sembrerebbe che ogni anno ci fossero sei grandi feste del culto:

la Candelora il 2 febbraio; la vigilia di Maggio il 30 aprile; la vigilia di San Giovanni il 23 giugno; la festa del Raccolto il 1 agosto; la vigilia di Ognissanti il 31 ottobre; il giorno di San Tommaso il 21 dicembre.

 

IL PROCESSO

 

Dopotutto questo, è facile capire che essere anche solo sospettate di stregoneria significava ricevere un marchio difficilmente cancellabile, soprattutto se si viveva in un ambiente chiuso come un villaggio contadino; l’accusa di stregoneria significava morte certa.

I tribunali che giudicavano i reati di stregoneria erano quelli laici, quelli ecclesiastici diocesani (cioè

Presieduti dal vescovo), e quelli inquisitoriali, fondati per occuparsi specificamente dei casi di eresia; i reati di stregoneria erano di competenza di questi ultimi solo nel caso che alla stregoneria si unisse l’eresia, cioè l’ostinazione nel professare coscientemente un “opinione contraria a quanto stabilito dalla Chiesa in materia di fede e buoni costumi.

L’istruzione di un processo per stregoneria iniziava in genere in seguito a voci o specifiche denunce, spesso sollecitate dalle autorità con appositi bandi. Una volta arrestata l’imputata,  si procedeva alla perquisizione della sua casa, che portava sempre al rinvenimento di oggetti sospetti. Nelle prime fasi degli interrogatori le domande vertono soprattutto sulle origini dell’imputata e sulla sua famiglia; dal momento che la stregoneria era ritenuta ereditaria, avere avuto dei parenti bruciati sul rogo era un forte indizio di colpevolezza. Se dopo i

Primi interrogatori l’imputata confessava, il resto del processo era volto a farle confessare il nome di eventuali complici; se invece continuava a negare, veniva sottoposta a tortura fino alla confessione, necessaria per infliggere la pena di morte. È quindi evidente che il verdetto era scontato fin dall’inizio. La base effettiva della condanna era costituita dalla cattiva reputazione del

l’imputata, cioè dalla fama di essere una strega; oltre a ciò erano sufficienti alcuni testimonio l’indizio del fatto, ad esempio l’avverarsi di minacce rivolte pubblicamente dalla strega a qualcuno. Una volta giudicata colpevole l’imputata rea confessa veniva consegnata alla giustizia civile per la pronuncia e l’esecuzione della condanna; se non confessava iniziava la tortura, che diventava sempre più pesante; le confessioni sotto tortura dovevano però essere poi confermate spontaneamente dall’imputata. Non è difficile immaginare che le confessioni venissero

confermate pur di sottrarsi a nuove torture e che spesso nei loro deliri le accusate indicassero come complici persone del tutto innocenti o nomi suggeriti dagli stessi accusatori; non dimentichiamo che per le streghe era prevista la confisca dei beni e il coinvolgimento di persone benestanti poteva arricchire gli stessi giudici.

Anche il rifiuto tenace dell’imputata di confessarsi colpevole era interpretato come frutto di incantesimi o dell’intervento diretto del diavolo; la donna era gettata in carcere e sottoposta a continue pressioni finché non confessava. Una prova spesso usata dai giudici consisteva nel gettare in acqua la strega legata e chiusa in un sacco; se restava a galla era colpevole, se andava sotto, spesso affogando, era innocente. A volte la legge non era rispettata e si procedeva alla condanna a morte anche senza confessione; altre volte le imputate morivano in carcere in seguito alle torture e in questo caso le autorità potevano sostenere che erano state strangolate dal

Diavolo perché non confessassero e morissero in stato di peccato mortale. I diritti alla difesa non erano rispettati nei processi per stregoneria; quando veniva concesso un avvocato, questi facilmente finiva a sua volta per essere sospettato e quindi difficilmente si trovava qualcuno disposto a correre il rischio. La condanna a morte consisteva nell’essere bruciate vive sul rogo; spesso le donne venivano prima decapitate; solo raramente, in alcuni paesi, la donna aveva salva la vita se confessava.

Dai resoconti dei processi colpisce il fatto che le confessioni delle streghe sono molto simili anche in paesi diversi; ciò è da attribuire al fatto che gli inquisitori si basavano sul modello di interrogatorio proposto nel Malleus e quindi ponevano tutti le stesse domande, condizionando pesantemente con minacce e torture la vittima finché le risposte non corrispondevano alle loro aspettative. Inoltre parte delle accuse venivano confessate in quanto vere, se consideriamo gli aspetti relativi ad una forma di culto prestato al diavolo

Durante riti notturni; secondo alcuni studiosi, il culto delle streghe era la sopravvivenza di una religione precristiana dell’Europa occidentale, identificata con il culto di Diana.

E’ difficile stabilire il numero esatto di persone che caddero vittime delle accuse di stregoneria, dal momento che spesso non abbiamo documenti che attestino i processi avvenuti; secondo un calcolo attendibile, tra il XV e il XVII secolo in Europa vennero bruciate trecentomila streghe. Una vittima illustre fu Giovanna d’Arco, bruciata nel 1431 come idolatra, invocatrice di demoni, eretica, successivamente riabilitata e proclamata santa.

L’Italia fu il paese in cui si bruciarono meno streghe; vere persecuzioni furono però attuate in Valtellina e in altre sperdute zone di montagna. Il fatto non deve stupire: l a vita in zone così lontane dai centri abitati era difficile, i mezzi di sostentamento erano pochi, le risorse naturali non adeguatamente sfruttate e bastava qualche pesante capriccio della natura per mandare all’aria i magri raccolti; se a ciò aggiungiamo l’ignoranza della gente, si capisce come facilmente si cercasse un capro espiatorio. D’altro  canto la natura offriva spontaneamente frutti, erbe, radici, bacche e funghi, di cui spesso si nutrivano le donne sole e povere, ignorando gli effetti di alcune sostanze ingerite. (vedi più avanti) 

Il luogo più celebre in Italia come ritrovo di streghe era Benevento, dove si trovava un antico noce presso il quale si recavano in volo notturno le streghe dopo aver pronunciato la formula: “Unguento, unguento, portace alla noce di Benevento, per acqua e per vento e per ogni maltempo”. Secondo alcune fonti, presso la Curia Arcivescovile di Benevento erano conservati circa 200 verbali di processi per stregoneria, distrutti prima dell’arrivo delle truppe garibaldine nel 1860 per evitare che fossero utilizzati come materiale di propaganda anticlericale nel difficile decennio che precedette la presa di Roma. Il nome di Benevento compare anche negli atti di processi svoltisi al Santo Uffizio di Roma.

LE PIANTE DELLE STREGHE

Una caratteristica comune a tutte le donne accusate di stregoneria era l’abilità nell’utilizzare le erbe per preparare unguenti, sciroppi, decotti, a cui spesso gli abitanti del villaggio ricorrevano per curare le varie infermità, salvo poi incolpare la donna dell’ eventuale morte del malato. Secondo le credenze popolari, le erbe potevano essere usate per preparare filtri d’amore, unguenti che permettevano di volare o rendevano invisibili...La scienza moderna ha dimostrato gli effetti prodotti nel corpo umano dall’ingestione di determinate sostanze; oggi sappiamo bene ad esempio che alcuni funghi hanno effetti fortemente allucinogeni e che numerose sostanze provocano effetti

Tali da non doversi meravigliare se chi li ingeriva giurasse di saper volare o divedere o fare cose straordinarie. Allo stesso tempo è innegabile che alcune piante potessero essere utilizzate con scopi curativi, dal momento che ancora oggi se ne riconoscono le proprietà terapeutiche.

Ecco allora alcune piante usate dalle streghe.

La malva veniva usata contro le rivali e per rendere invincibili; serviva a preparare filtri che toglievano il desiderio sessuale ( in effetti la malva è usata come calmante).

La verbena era un antidolorifico e le streghe se ne servivano per resistere alle torture.

La rosa di Natale (o elleboro)era usata per gli incantesimi potenti e rendeva le streghe invisibili.

La pervinca serviva per gli incantesimi d’amore; non a caso il suo nome deriva dal latino “vincire”=legare, ad indicare la capacità dilegare a sé la persona amata.

La mandragora (omandragola) serviva alle streghe per diventare invisibili e ingannare i sensi delle altre persone; bastava bere il succo della radice per riuscire ad entrare indisturbate nelle case e rapire i neonati. La sua incredibile fama deriva dalla singolare forma delle sue radici, che assumono le sembianze di un corpo umano, dalle sostanze narcotiche e velenose che contiene e infine dal suo odore nauseabondo, che provoca malessere, vertigini e allucinazioni. La sua figura umanoide ha fatto sì che la mandragola fosse messa in rapporto con il mondo infernale, ma insieme, per certe somiglianze con il sesso, ha contribuito a diffonderne l’impiego come eccitante e afrodisiaco. Il Machiavelli imperniò la sua commedia “La mandragola” sulla

Credenza che la pianta doni fascino alle donne, annulli la sterilità e plachi i dolori del parto; Giovanna d’Arco la usava come amuleto, ritenendo che desse l’invulnerabilità

In battaglia. Una curiosità dei nostri tempi: un disegnatore di fumetti diede il nome inglese della pianta, “mandrake”, al suo personaggio di un mago che aveva il potere di rendersi invisibile e di tramutare ogni persona, animale o oggetto.

Lo stramonio, o erba del diavolo, possiede dei fiori che si aprono di notte ed emanano un pessimo odore; era il cibo principale delle streghe sulla mensa del sabba. I suoi poteri allucinogeni erano noti dall’antichità; la sua assunzione eccessiva può provocare anche un avvelenamento mortale, preceduto da sete inestinguibile e dilatazione delle pupille. Insieme a mandragora e belladonna era usato dalle streghe nella preparazione degli unguenti che permettevano loro i voli notturni.

Tra tutte le erbe magiche, una pianta fondamentale era il giusquiamo, che contiene vari alcaloidi che provocano allucinazioni, delirio, alterazione del battito cardiaco, convulsioni e persino la morte. La scopolamina contenuta nei fiori ha un forte potere ipnotico e può provocare anche la perdita del controllo della mente, per cui può essere usata come siero della verità. Si credeva che le streghe usassero il giusquiamo in piccolissime dosi nelle pozioni usate per prepararsi a volare durante il sabba; probabilmente questo volo era soltanto una fantasia mentale provocata dagli stupefacenti. La pianta veniva anche usata per realizzare sortilegi, per esempio, se in una pignatta di coccio si maceravano giusquiamo, lauro e giglio insieme a latte di pecora e si metteva la mistura ottenuta in una pelle di agnello, tutte le pecore dei dintorni potevano perdere il latte. Se ne ricavavano filtri d’amore in quanto, grazie alle proprietà allucinogene, riusciva a far cadere la

Resistenza della donna corteggiata; si diceva anche che ponendo il giusquiamo in una

Tazza d’argento questa si spezzasse. Era poi usato per guarire le ulcere applicandovi impacchi di radici pestate, ma l’operazione doveva compiersi nel periodo corrispondente al segno zodiacale cui apparteneva il malato.

Ecco un esempio di pozione magica, che si riferisce alla ricetta dell’unguento del Sabba:

Grasso umano 100 g

Hashish di prima qualità 5 g

Fiori di canapa un pizzico

Fiori di papavero un pizzico

Radice di elleboro polverizzata  una manciata

Un grano di girasole

Utilizzo: strofinare dietro le orecchie, sul collo, lungo la carotide, sotto le ascelle, nella regione sinistra del gran simpatico, sugli stinchi, sulla pianta del piede e nella piega del gomito.

 

GLI ANIMALI

 

La civetta, che ha dato il nome alle streghe, come altri animali notturni, è stato sempre associato alle streghe; sin dall’antichità si favoleggiava che fossero donne trasformate per magia in questi demoni alati, simili a civette, dotati di artigli da rapaci, che si nutrivano del sangue e dei visceri di bambini.

Al mondo delle tenebre e quindi anche alle streghe è spesso associato il

pipistrello, che nei bestiari medievali

era già simbolo dell’idolatra e del peccatore che vive nelle tenebre e con le tenebre verrà ripagato dal giudizio divino. Si riteneva che i pipistrelli si nutrissero di sangue e quindi era immediato il collegamento con le streghe, che secondo la tradizione bevevano il sangue dei bambini o lo usavano per ricavarne filtri.

 

Il termine Belzebù, con il quale si indica comunemente il demonio, significa “signore delle mosche” ;nel Medioevo si spiegava quel soprannome dicendo che la statua del diavolo era sempre coperta di mosche a causa dei sacrifici sanguinosi che gli venivano tributati. Ancora nel XVIII secolo in molti processi per stregoneria si rievocava Belzebù come il dio delle mosche che spingeva i colpevoli a rubare e profanare ostie consacrate, oppure li visitava in prigione o addirittura sul patibolo. Le streghe potevano trasformarsi in mosche e sotto tale forma abbandonare il proprio corpo per recarsi al sabba.

Il gatto arrivò tardi in Europa (attorno al X secolo) e fu guardato con sospetto sia per la novità che per le sue caratteristiche: lo sguardo fosforescente, il passo felpato, gli improvvisi mutamenti d’umore lo fecero ritenere alleato di potenze occulte e confidente delle streghe o peggio, l’incarnazione del maligno; non stupisce quindi che i gatti venissero utilizzati per operare sortilegi e stregonerie. Si arrivò a perseguitarli: la notte di San Giovanni, a Parigi e alla presenza del re, si teneva il rogo dei gatti a simboleggiare il supplizio delle fattucchiere.

Da sempre il topo è considerato repellente e apportatore di malattie; era uno degli ingredienti della strega per i suoi filtri.

Altro ingrediente delle pozioni magiche è il rospo, nel quale la stessa strega a volte si trasforma, vestita con un mantello verde e ornata di un campanello, per partecipare al sabba.

 

OGGETTI

Il tema delle streghe che si spostano in volo, ampiamente sfruttato dall’iconografia popolare, presenta effettive connessioni con il presunto uso di filtri e unguenti capaci di permettere straordinari spostamenti. La scopa, in particolare, fu una delle cavalcature più usate dalle streghe. Secondo alcuni studiosi, il rapporto sarebbe sorto in epoca remota e si spiega con il fatto che la scopa è sostanzialmente un arnese usato nella casa e quindi di proprietà della donna, l’equivalente maschile di un arnese simile al forcone. E’ questa la ragione per cui, nelle raffigurazioni medievali di danze di streghe, queste spesso tengono in mano delle

scope, mentre gli uomini o diavoli impugnano un forcone. La scopa entrò con forza nella tradizione del volo delle streghe intorno alla metà del XV secolo, affermandosi anche in relazione all’uso dell’unguento magico, capace di dare all’oggetto la forza di muoversi autonomamente.

In casa delle presunte streghe venivano sempre rinvenuti vari contenitori e pentole, nelle quali le donne preparavano misteriosi intrugli.

 

ANTIDOTI....

I sistemi inventati per difendersi dalle streghe sono moltissimi e spesso diversi a seconda delle zone; sempre efficaci sembrano le immagini sacre e le croci, ma a queste si aggiungono un lungo e curioso elenco di rimedi: disegni tracciati col gesso sull’uscio, piastrelle smaltate da mettere sul camino, pezzi di ferro vecchio, rami di agrifoglio, alloro o sorbo selvatico, aglio.

Nelle stalle, a protezione degli animali, ancora sopravvive l’usanza di appendere campanacci e campanelle al collo di bovini e ovini, oppure di legare con nastri colorati la criniera e i finimenti di cavalli, asini e muli.

 

LE STREGHE OGGI

 

Le streghe popolano i racconti popolari e l’immagine tradizionale che ne abbiamo ci viene dai tanti libri di favole e cartoni animati che fin da piccoli abbiamo visto. Basti pensare alla strega di Hansel e Gretel che vive in una casetta di marzapane e con i dolciumi attira i bambini per poi mangiarseli; la strega della Bella Addormentata che, offesa per non essere stata invitata alla festa, lancia una maledizione di morte; la strega di Biancaneve, bellissima ma perfida; la strega del mare della Sirenetta, invidiosa della bella voce della ragazza...Nei paesi del nord è ben nota la regina delle nevi, splendida e glaciale strega che rapisce i ragazzi; nella tradizione irlandese troviamo Morrigan; alla tradizione russa appartiene la Baba Yaga, che viaggia nel cielo in compagnia della Morte a bordo di un calderone, lasciandosi dietro una scia di tempeste e uragani:

rapisce i bambini e se li mangia, vive in una capanna appollaiata in cima ad una gigantesca zampa di gallina che si muove in continuazione, facendo roteare la casa in aria; la staccionata intorno alla casa è adorna di teschi di bambini.

In Europa esiste il Museo delle streghe e dei maghi, conservato all‘interno della Fortezza di Riegersburg in Austria, una delle fortificazioni più grandi e meglio conservate di tutta l’Europa, costruita sulle alte rocce di basalto nel 1170 al posto di un castello romanico. L’interno  del museo comprende una specie di camera delle torture, dove si trovano varie attrezzature servite per estorcere le confessioni alle presunte streghe; tra tutte, spicca la “vergine di Norimberga”, un sarcofago di ferro della grandezza di una persona, contenente una serie di punte che andavano

A conficcarsi nel corpo della vittima senza ucciderla, quando veniva richiuso sudi essa. Nelle altre sale del museo si trovano libri a forma di pentagono e altri oggetti appartenuti a presunti

Streghe o maghi; c’è perfino la riproduzione di un carro da strega, trainato da un montone. Nel castello si sono svolti moltissimi processi per stregoneria, tutti finiti con il rogo; tra le condannate anche la moglie di uno dei castellani, accusata di aver rovinato il raccolto con tempeste di acqua e grandine.

 

La caccia alle Streghe, 1450 – 1750 circa: fu così che R.H. Robbins (The Enciclopedia of Whitchcraft and Demonology = Enciclopedia della Stregoneria e Demonologia)chiamava “l’incubo scioccante, il più folle crimine e la più grande vergogna della civiltà occidentale”. In tale periodo di circa 300 anni, la chiesa proseguì per gradi nel massacro e nella sistematica tortura di esseri umani innocenti. Le torture venivano permesse per tanto tempo quanto ne serviva per ogni vittima. La maggior parte delle corti chiedevano che, prima della tortura, la vittima fosse rasata, sostenendo che ogni Demone che potesse essere rimasto nei peli corporei della vittima senza farsi notare avrebbe potuto alleviare le pene delle torture inflitte, o rispondere per conto della vittima (11).

C’erano dei medici che prestavano assistenza, nel caso si temesse che la vittima fosse morta a causa delle torture. Gli veniva concesso di riposarsi prima di proseguire con ulteriori torture. Se la vittima fosse morta, gli inquisitori avrebbero sostenuto che il Diavolo era intervenuto allo scopo di evitare ulteriori sofferenze alla vittima o di evitare che essa rivelasse alcuni segreti (12).
Chi sveniva, veniva rianimato mediante dell’aceto versato nelle sue narici. Le famiglie delle vittime dovevano rimborsare le corti, secondo la legge, del costo delle torture inflitte al loro parente. Intere famiglie furono distrutte dalle corti. I sacerdoti benedicevano gli strumenti di tortura prima che venissero usati. Alcuni strumenti venivano usati per infliggere il massimo del loro potenziale; questa è una prova indiscutibile della follia della mente cristiana:

 

Gli Inquisitori crebbero in ricchezza, accettando doni e “sanzioni” pagate dalle persone benestanti per evitare la persecuzione. I benestanti erano gli obiettivi principali per la chiesa che confiscava le loro proprietà, le loro terre ed ogni cosa che possedevano da generazioni. L’Inquisizione prese possesso delle proprietà delle vittime, attraverso l’accusa. C’era poco da fare per provare di essere innocenti, così questo divenne un modo con cui la chiesa incrementò moltissimo il suo benessere. Il Papa Innocenzo disse che, poiché “dio” punisce i bambini per i peccati dei loro genitori, essi non avevano alcun diritto sulle proprietà dei genitori. A meno che i bambini non si fossero fatti avanti per denunciare i loro genitori, venivano lasciati senza un soldo.
Gli inquisitori accusavano anche i morti di eresia, i n alcuni casi, fino anche a 70 anni dopo la loro morte. Esumavano e bruciavano le ossa dell’accusato e confiscavano la proprietà dagli eredi, lasciandoli senza niente.

 

Non esiste una data precisa per stabilire l’inizio dell’Inquisizione. La maggior parte delle fonti sono però d’accordo che si manifestò durante i primi 6 anni del regno del Papa cattolico Gregorio IX, tra il 1227 ed il 1233. Papa Gregorio IX governò dal1227 al 1241, e ci si riferisce spesso a lui come “padre dell’Inquisizione”.

L’Inquisizione era una campagna di tortura, di mutilazione e massacro collettivi e di distruzione di vite umane, che veniva perpetrato dai cristiani.
La chiesa aumentò il suo potere, fino al punto in cui ebbe il totale controllo sulla vita umana, sia secolare che religiosa. Il Vaticano non era soddisfatto dei progressi fatti dai leader delle province e regioni nella repressione dell’eresia. Il Papa Innocenzo III incaricò alcuni inquisitori di rispondere direttamente e solo a lui. Questa autorità fu ufficializzata il 25 Marzo 1199 (7). Innocenzo dichiarò “chiunque tenti di costruire una personale visione di Dio che sia in conflitto con il dogma della chiesa, dovrà essere bruciato senza pietà”

 

 

Video:

 

Macchine di morte - Streghe ed eretici

www.youtube.com

Macchine di morte - Streghe ed eretici. In onda su DMAX, canale52 del digitale terrestre. Facebook: http://www.facebook.com/youTVbe

 

 

 

L'INQUISIZIONENEL NOME DI GESU'-INCREDIBILE VERITA' STORICA -da vedere!!

www.youtube.com

Il filo d'oro, diretto da Werner  Weick. "Un documentario da non perdere, basato ……

 

 

 

 

LA MEMORIA STORICA : GLIORRORI DELLA SANTA INQUISIZIONE di Luca E. Merlino

http://www.youtube.com/watch?v=8cSqOEqKx0A

Si parla spesso e giustamente di Shoah e di genocidi moderni e di quanto sia importante la memoria storica; quello di cui non si parla tanto è il peggior…

 

I Segreti del Vaticano 1

http://www.youtube.com/watch?v=Qb0ws_-gBrw

Papa Innocenzo III

youtu.be

Eletto al soglio pontificio nel 1198, appena trentasettenne, Lotario dei Conti di Segni assume il nome di Innocenzo terzo. E si mette subito all'opera per af..

 

…tratto dal profilo di Facebook: L’inquisizione– la perversione della chiesa

 

Ecco alcuni strumenti e sistemi di tortura chela Chiesa ha utilizzato per commettere i suoi efferati "crimini contro l'umanità" durante la Santa Inquisizione. Crimini rimasti impuniti!

Il Topo
Tortura applicata a streghe ed eretici. Un topo vivo veniva inserito nella vagina o nell'ano con la testa rivolta verso gli organi interni della vittima e spesso, l'apertura veniva cucita. La bestiola, cercando affannosamente una via d'uscita, graffiava e rodeva le carni e gli organi dei suppliziati. Chissà come i disgraziati riuscissero a sopportare il terrore provocato alla sola vista del topo che da li a poco sarebbe entrato nel suo corpo.

Dissanguamento
Era una credenza comune che il potere di una strega potesse essere annullato dal dissanguamento o dalla purificazione tramite fuoco del suo sangue. Le streghe condannate erano "segnate sopra il soffio"(sfregiate sopra il naso e la bocca) e lasciate a dissanguare fino alla morte.

Il Rogo
Una delle forme più antiche di punizione delle streghe era la morte per mezzo di roghi, un destino riservato anche agli eretici. Il rogo spesso era una grande manifestazione pubblica. L'esecuzione avveniva solitamente dopo breve tempo dall'emissione della sentenza. In Scozia, il rogo di una strega era preceduto da giorni di digiuno e di solenni prediche. La strega prima veniva strangolata e poi il suo corpo (In stato di semi-incoscienza) era scaricato in un barile di catrame prima di venire legato a un palo e messo a fuoco. Se la strega, nonostante tutto, riusciva a liberarsi e a tirarsi fuori dalle fiamme, la gente la respingeva dentro.

Le Turcas
Questo mezzo era usato per lacerare e strappare le unghie. Dopo lo strappo, degli aghi venivano solitamente inseriti nelle estremità delle falangi.


La Vergine di Norimberga La Fanciulla di Ferro o Vergine di Norimberga 
L'idea di meccanizzare la tortura è nata in Germania; è li che ha avuto origine "la Vergine di Norimberga". Fu così battezzata perché, vista dall'esterno, le sue sembianze erano quelle di una ragazza bavarese, e inoltre perché il suo prototipo venne costruito ed impiantato nei sotterranei del tribunale segreto di quella città. Era una specie di contenitore di metallo con porte pieghevoli; il condannato veniva rinchiuso all'interno, dove affilatissimi aculei trafiggevano il corpo dello sventurato in tutta la sua lunghezza. La disposizione di questi ultimi era così ben congegnata che, pur penetrando in varie parti del corpo, non trafiggevano organi vitali, quindi la vittima era destinata ad una lunga ed atroce agonia.

Pulizia Dell'Anima
Era spesso creduto, nei paesi cattolici, che l'anima di una strega o di un eretico fosse corrotta, sporca e covo di quanto di contrario ci fosse al mondo. Per pulirla prima del giudizio, qualche voltale vittime erano forzate a ingerire acqua calda, carbone, perfino sapone. La famosa frase "sciacquare la bocca con il sapone"' che si usa oggi, risale proprio a questa tortura.

Il Triangolo
Altro terribile strumento di tortura analogo alla "pera" e all'"impalamento". L'accusato veniva spogliato e issato su un palo alla cui estremità era fissato un grosso oggetto piramidale di ferro. La presunta strega veniva fatta sedere in modo che la punta entrasse nel retto o nella vagina. Alla fine alla poveretta venivano fissati dei pesi alle mani e ai piedi...

Immersione Dello Sgabello
Questa era una punizione che più spesso era usata nei confronti delle donne. Volgarmente sgradevole, e spesso fatale, la donna veniva legata a un sedile che impediva ogni movimento delle braccia. Questo sedile veniva poi immerso in uno stagno o in un luogo paludoso. Varie donne anziane che subirono questa tortura morirono per lo shock provocato dall'acqua gelida.


Palo a forma di piramide Impalamento 
Questo strumento, riservato per lo più ai sospetti di stregoneria o agli eretici, era realizzato in tre diverse versioni. La prima consisteva in un blocco di legno a forma di piramide, mentre la seconda, meno letale, aveva l'aspetto di un cavalletto a costa tagliente.
In ambedue i casi, l'indiziata veniva posta a cavalcioni di tale strumento sino a far penetrare la punta, nel primo caso, o lo spigolo nel secondo, direttamente nelle carni, squassando in modo spesso permanente, gli organi genitali. Quasi sempre poi venivano aggiunti dei pesi alle caviglie e sistemati scrupolosamente dei bracieri o delle fiaccole accese sotto ai piedi. La terza versione è una delle più rivoltanti e vergognose torture concepite dalla mente umana. Veniva attuata per mezzo di un palo aguzzo inserito nel retto della presunta strega, forzato a passare lungo il corpo per  fuoriuscire dalla testa o dalla gola. Il palo era poi invertito e piantato nel terreno, così, queste miserabili vittime, quando non avevano la fortuna di morire subito, soffrivano per alcuni giorni prima di spirare. Tutto ciò veniva fatto ed esposto pubblicamente.

La Strappata
Una delle più comuni e anche una delle tecniche più facili. L'accusato veniva legato a una fune e issato su una sorta di carrucola. L'esecutore faceva il resto tirando e lasciando di colpo la corda e slogando, così, le articolazioni.

Lo Squassamento
Era una forma di tortura usata insieme alla 'strappata'. L'accusato qui veniva sempre issato sulla carrucola, ma con dei pesi legati al suo corpo che andavano dai 25 ai 250 chili. Le conseguenze erano gravissime.

La Culla Della Strega
Questa era una tortura a cui venivano sottoposte solamente le streghe. La strega veniva chiusa in un sacco poi legato a un ramo e veniva fatta continuamente oscillare. Apparentemente non sembra una tortura ma il dondolio causava profondo disorientamento e aiutava a indurre a confessare. Vari soggetti hanno anche sofferto durante questa tortura di profonde allucinazioni. Ciò sicuramente ha contribuito a colorire le loro confessioni.


Tenaglia Mastectomia 
Alcune torture erano elaborate non solo per infliggere dolore fisico ma anche per sconvolgere la mente delle vittime. La mastectomia era una di queste: la carne delle donne era lacerata per mezzo di tenaglie, a volte arroventate. Uno dei più famosi casi che si conosca in cui fu usata questa tortura era quello di Anna Pappenheimer. Dopo essere già stata torturata con lo strappado, fu spogliata, i suoi seni furono strappati e, davanti ai suoi occhi, furono spinti a forza nelle bocche dei suoi figli adulti... Questa vergogna era più di una tortura fisica; l'esecuzione faceva una parodia sul ruolo di madre e nutrice della donna, imponendole un'estrema umiliazione.

Annodamento
Questa era una tortura specifica per le donne. Si attorcigliavano strettamente i capelli delle streghe a un bastone. Quando l'inquisitore non riusciva ad ottenere una testimonianza si serviva di questa tortura; robusti uomini ruotavano l'attrezzo in modo veloce provocando un enorme dolore e in alcuni casi arrivando a togliere lo scalpo e lasciando il cranio scoperto.

La Garrotta
Non è altro che un palo con un anello in ferro collegato. Alla vittima, seduta o in piedi, veniva fissato questo collare che veniva stretto poi per mezzo di viti o di una fune. Spesso si rompevano le ossa della colonna vertebrale.

Il Forno
Questa barbara sentenza era eseguita in Nord Europa e assomiglia ai forni crematori dei nazisti. La differenza era che nei campi di concentramento le vittime erano uccise prima di essere cremate (Ma non sempre).

LO SPAPPOLA GINOCCHI!

 

PINZA UTILIZZATA PER STRAPPARE I SENI ALLE STREGHE CATTIVE!

QUESTE SOFISTICATE MACCHINE.   

Esasperata ripresa della caccia alle streghe si avrà nella seconda metà del Cinquecento e durerà fino alla metà del Seicento: sono gli anni delle guerre di religione tra cattolici e protestanti e poi della Guerra dei Trent’anni, che insanguinerà l’Europa tra il1618 e il 1648. Anche le guerre di religione infatti contribuirono a scatenare le persecuzioni contro la stregoneria; si trattava infatti di lotte pervase di fanatismo e intolleranza, alimentate da odi e devastazioni della guerra. Spesso si cercava un capro espiatorio cui addossare la colpa di sciagure naturali, delle carestie conseguenti alle guerre, delle epidemie. In genere i processi per stregoneria si concludevano con la condanna a morte dell’imputato, sia che questi avesse confessato o no; le confessioni spesso erano estorte con la tortura durante interrogatori condotti ovunque con modalità simili, secondo quanto prescritto dal Malleus. Anche quando l’Inquisizione e i giudici smisero di dare la caccia alle streghe, roghi e massacri continuarono, spesso provocati dagli odi e dalle paure della gente, che portavano a linciaggi senza alcun processo. Verso la fine del Seicento, quando ormai in Europa i roghi delle streghe si facevano sempre più rari, l’ossessione per la stregoneria radicata nella cupa religiosità dei coloni puritani dava i suoi frutti nella Nuova Inghilterra, in America.

La fine delle persecuzioni non avvenne contemporaneamente in tutta Europa; verso la metà del Seicento venne pubblicata un’Instructio ecclesiastica, già circolante dagli anni ‘20, che, pur non mettendo in discussione la realtà della stregoneria, raccomandava ai giudici la massima prudenza nell’istruire quelle cause. Attorno a quegli anni vari paesi europei cominciarono ad emanare editti che miravano a limitare il fenomeno; ad esempio in Francia nel 1624 si stabilì che tutti i processi per stregoneria conclusisi con una sentenza implicante la pena di morte o gravi punizioni corporali dovessero essere deferiti automaticamente in appello al Parlamento di Parigi e nel 1682 venne definitivamente soppresso il reato di stregoneria. Sempre più negli ambienti intellettuali erano fiorite teorie ardite e apertamente scettiche non solo sulla stregoneria, ma più ingenerale sui miracoli, sulla religione costituita, sull’uso politico di essa. Limitate a gruppi ristretti di intellettuali, queste teorie non incidono direttamente sugli orientamenti dei giudici e del potere ecclesiastico, ma alla lunga contribuiscono a creare un clima sfavorevole ad ogni credenza nel magico e nel soprannaturale; parallelamente si fanno sempre più numerose le coraggiose denunce sugli abusi e le iniquità con cui venivano condotti i processi. Con l’affermarsi  della nuova scienza si posero le basi per la definitiva demolizione della credenza nella stregoneria, almeno nelle classi colte. Ma i processi e i roghi non cessarono subito; spesso, infatti, persistevano le cause politiche e sociali che erano state alla base della persecuzione delle streghe. Con l’avvento degli studi psichiatrici e psicologici le streghe di un tempo vengono considerate soggetti con disturbi psichici e quindi persone da curare, anche se spesso l’unica soluzione proposta era la reclusione in manicomio.

 

IL PROCESSO

 

Dopotutto questo, è facile capire che essere anche solo sospettate di stregoneria significava ricevere un marchio difficilmente cancellabile, soprattutto se si viveva in un ambiente chiuso come un villaggio contadino; l’accusa di stregoneria significava morte certa.

I tribunali che giudicavano i reati di stregoneria erano quelli laici, quelli ecclesiastici diocesani (cioè

Presieduti dal vescovo), e quelli inquisitoriali, fondati per occuparsi specificamente dei casi di eresia; i reati di stregoneria erano di competenza di questi ultimi solo nel caso che alla stregoneria si unisse l’eresia, cioè l’ostinazione nel professare coscientemente un “opinione contraria a quanto stabilito dalla Chiesa in materia di fede e buoni costumi.

L’istruzione di un processo per stregoneria iniziava in genere in seguito a voci o specifiche denunce, spesso sollecitate dalle autorità con appositi bandi. Una volta arrestata l’imputata, si procedeva alla perquisizione della sua casa, che portava sempre al rinvenimento di oggetti sospetti. Nelle prime fasi degli interrogatori le domande vertono soprattutto sulle origini dell’imputata e sulla sua famiglia; dal momento che la stregoneria era ritenuta ereditaria, avere avuto dei parenti bruciati sul rogo era un forte indizio di colpevolezza. Se dopo i

Primi interrogatori l’imputata  confessava, il resto del processo era volto a farle confessare il nome di eventuali complici; se invece continuava a negare, veniva sottoposta a tortura fino alla confessione, necessaria per infliggere la pena di morte. È quindi evidente che il verdetto era scontato fin dall’inizio. La base effettiva della condanna era costituita dalla cattiva reputazione del

l’imputata, cioè dalla fama di essere una strega; oltre a ciò erano sufficienti alcuni testimonio l’indizio del fatto, ad esempio l’avverarsi di minacce rivolte pubblicamente dalla strega a qualcuno. Una volta giudicata colpevole l’imputata rea confessa veniva consegnata alla giustizia civile per la pronuncia e l’esecuzione della condanna; se non confessava iniziava la tortura, che diventava sempre più pesante; le confessioni sotto tortura dovevano però essere poi confermate spontaneamente dall’imputata. Non è difficile immaginare che le confessioni venissero confermate pur di sottrarsi a nuove torture e che spesso nei loro deliri le accusate indicassero come complici persone del tutto innocenti o nomi suggeriti dagli stessi accusatori; non dimentichiamo che per le streghe era prevista la confisca dei beni e il coinvolgimento di persone benestanti poteva arricchire gli stessi giudici.

Anche il rifiuto tenace dell’imputata di confessarsi colpevole era interpretato come frutto di incantesimi o dell’intervento diretto del diavolo; la donna era gettata in carcere e sottoposta a continue pressioni finché non confessava. Una prova spesso usata dai giudici consisteva nel gettare in acqua la strega legata e chiusa in un sacco; se restava a galla era colpevole, se andava sotto, spesso affogando, era innocente. A volte la legge non era rispettata e si procedeva alla condanna a morte anche senza confessione; altre volte le imputate morivano in carcere in seguito alle torture e in questo caso le autorità potevano sostenere che erano state strangolate dal diavolo perché non confessassero e morissero in stato di peccato mortale. I diritti alla difesa non erano rispettati nei processi per stregoneria; quando veniva concesso un avvocato, questi facilmente finiva a sua volta per essere sospettato e quindi difficilmente si trovava qualcuno disposto a correre il rischio. La condanna a morte consisteva nell’essere bruciate vive sul rogo; spesso le donne venivano prima decapitate; solo raramente, in alcuni paesi, la donna aveva salva la vita se confessava.

Dai resoconti dei processi colpisce il fatto che le confessioni delle streghe sono molto simili anche in paesi diversi; ciò è da attribuire al fatto che gli inquisitori si basavano sul modello di interrogatorio proposto nel Malleus e quindi ponevano tutti le stesse domande, condizionando pesantemente con minacce e torture la vittima finché le risposte non corrispondevano alle loro aspettative. Inoltre parte delle accuse venivano confessate in quanto vere, se consideriamo gli aspetti relativi ad una forma di culto prestato al diavolo

Durante riti notturni; secondo alcuni studiosi, il culto delle streghe era la sopravvivenza di una religione precristiana dell’Europa occidentale, identificata con il culto di Diana.

E’ difficile stabilire il numero esatto di persone che caddero vittime delle accuse di stregoneria, dal momento che spesso non abbiamo documenti che attestino i processi avvenuti; secondo un calcolo attendibile, tra il XV e il XVII secolo in Europa vennero bruciate trecentomila streghe. Una vittima illustre fu Giovanna d’Arco, bruciata nel 1431 come idolatra, invocatrice di demoni, eretica, successivamente riabilitata e proclamata santa.

L’Italia fu il paese in cui si bruciarono meno streghe; vere persecuzioni furono però attuate in Valtellina e in altre sperdute zone di montagna. Il fatto non deve stupire: la vita in zone così lontane dai centri abitati era difficile, i mezzi di sostentamento erano pochi, le risorse naturali non adeguatamente sfruttate e bastava qualche pesante capriccio della natura per mandare all’aria i magri raccolti; se a ciò aggiungiamo l’ignoranza della gente, si capisce come facilmente si cercasse un capro espiatorio. D’altro canto la natura offriva spontaneamente frutti, erbe, radici, bacche e funghi, di cui spesso si nutrivano le donne sole e povere, ignorando gli effetti di alcune sostanze ingerite.

 

LAPROCEDURA INQUISITORIALE

Gli abusi perpetrati da personaggi come Roberto il Bulgaro e Corrado (prete di Marburgo, tentò nel 1233 di far sollevare la popolazione contro Vescovi nobili, ma fallì e fuggiasco, fu ucciso), obbligarono la Chiesa ad emanare norme sempre più precise, al fine di regolare il funzionamento dei Tribunali Inquisitoriali.
A testimonianza di tale volontà, ci restano dei veri e propri Manuali di procedura, composti da inquisitori che intendevano porre al servizio dei colleghi la loro esperienza. 
Non è invece un vero e proprio manuale, bensì una collezione di decreti, quella raccolta nel 1230 dal Domenicano Raimondo di Penafort, sotto disposizione di Papa Gregorio IX e che servì come base procedurale per l’instaurarsi dell’Inquisizione in Aragona. 
Il manuale più celebre e modello per i successivi, è la Practica Inquisitionis hereticæ pravitatis di Bernard Gui. 
Questa opera è divisa in cinque parti. 
Nella prima ci si trova dinanzi a trentotto formule relative alla citazione e all’arresto degli eretici, nonché alla comparizione di tutti coloro che possono essere utili a far luce sui casi individuali. 
La seconda parte è composta da cinquantasei atti disgrazia o di commutazione delle pene, occorsi durante o al di fuori dei sermones generales pronunziati dagli inquisitori. 
La terza raccoglie quarantasette formule di sentenze tratte appunto da tali sermones. Nella quarta abbiamo una breve e utile istruzione relativa ai poteri e alle prerogative degli inquisitori, nonché all’esercizio di entrambi.
La quinta è infine la parte fondamentale dell’opera, si tratta di un sistematico trattato su dottrine e riti di catari, valdesi, beghini e pseudo apostolici, accompagnato da concreti esempi di interrogatori; qualche osservazione è dedicata anche agli indovini, ai praticanti di incantesimi e di fatture e agli evocatori di demoni. 
Come il titolo dell’opera sottolinea, non si è dinanzi a un lavoro che si distingue per eleganza espositiva, queste pagine ci conducono nel pieno del lavoro inquisitoriali, con le sue difficoltà, gli equivoci e gli errori cui può dar luogo. 
Per me studiarla ha comportato un grande sforzo ed è stato un compito di grande responsabilità, ma certamente minore di quello sopportato dall’autore trecentesco. 
Passiamo ora allo studio delle procedure cui gli inquisitori erano tenuti a seguire. Innanzitutto, gli inquisitori visitavano i luoghi oggetto della loro inchiesta, su segnalazione delle commissioni preposte parrocchia per parrocchia a vigilare contro l’espandersi dell’eresia o sudenunzia che restava anonima per tutelare i denunzianti. Si apriva così il Tempus gratiæ e con un sermones generales si invitavano tutti quelli che a qualunque titolo avessero avuto contatti con tesi o con gruppi ereticali, a presentarsi spontaneamente, facendo ammenda e ricevendo una penitenza (spesso un pellegrinaggio penitenziale). 
Chi avesse notizia di eretici era allo stesso modo invitato a testimoniare rivelando quanto sapeva. 
Un certo periodo di tempo, solitamente un mese, era lasciato a eretici e a testimoni per presentarsi. 
Trascorso quel periodo, mentre gli eretici che si erano presentati e formalmente pentiti venivano rilasciati con una mite condanna a carattere spirituale, si avviava l’inchiesta relativa ai sospetti che non si erano spontaneamente rivolti agli inquisitori. Essi venivano quindi convocati mediante citazione, non obbedire alla quale, esponeva al rischio divenir giudicati come contumaci, vale a dire come eretici ribelli e ostinati(questa è l’origine del termine “in contumacia”). 
Gli imputati sospetti di particolare pericolosità o inclini alla fuga, venivano fatti arrestare. L’accusato doveva comparire dinanzi al tribunale, costituito dall’inquisitore locale e dall’ordinario diocesano o da loro delegati, da un consiglio composto da chierici e da giurisperiti, che l’inquisitore convocava per riceverne sostegno, da un numero variabile di probi viri, il parere dei quali era comunque solo consultivo.
Tutto questo a testimonianza che i processi erano mediamente tutt’altro che frequenti, come erroneamente si vuol far intendere ai giorni nostri. I probi viri portavano a conoscenza gli addebiti che venivano attribuiti all’ accusato e ai quali egli, sotto giuramento, doveva rispondere. 
Non era previsto che l’accusato potesse avvalersi di avvocati, anzi, Innocenzo III ne aveva proibito la presenza nel concilio di Valencia del 1248; erano anche previsti interrogatori speciali su punti analitici, che dovevano essere condotti alla presenza di due esperti religiosi e di un notaio.
All’epoca, secondo il diritto civile, due testimonianze giudicate fondate, comprovate e attendibili, bastavano a far formulare una condanna anche senza la confessione dell’imputato, spesso gli inquisitori ne chiedevano un numero maggiore. 
Nonostante si potesse condannare un inquisito anche sulla base delle prove, senza tener conto delle sue proteste d’innocenza, la Chiesa preferiva la confessione. 
Se le prove non erano sufficienti ne a condannare, ne a scagionare l’imputato, ne la detenzione lo aveva condotto a confessare, ma ciò nonostante i giudici restavano dubbiosi sulla sua innocenza, si poteva ricorrere alla tortura (argomento che tratterò in seguito). 
Qualora le prove a carico del sospetto non fossero convincenti ed egli resistesse alla detenzione e alla tortura, bisognava assolverlo, il che sappiamo essere accaduto in più casi. 
Talvolta l’inquisitore, convinto dell’innocenza dell’imputato, finiva con lo scontrarsi con l’autorità civile e con la popolazione del luogo, persuasi invece della sua colpevolezza o alla ricerca di un capro espiatorio. 
Ciò accadde soprattutto durante i processi contro sospette streghe. In tali casi capitava che l’inquisitore rischiasse addirittura in prima persona perché non gli si perdonava il suo atteggiamento pro reo. 
La condanna poteva essere formulata solo in seguito a confessione o all’esibizione di prove certe e contro le sentenze non era ammesso alcun ricorso in sede superiore. 
La sentenza si pronunziava durante una seduta solenne, definita sermo generalis e dotata di un forte valore simbolico e spettacolare. 
Esso si celebrava di solito la domenica mattina, in un luogo importante, come un sagrato di una grande chiesa. I rei confessi e i pentiti ascoltavano in ginocchio l’enunziato della grazia loro accordata e della cancellazione della loro scomunica e pronunziavano l’abiura dei loro passati errori. Venivano quindi pronunziate le sentenze di condanna. Prima della sentenza, gli imputati potevano, a discrezione del tribunale, appellarsi al Pontefice. 
Le condanne più dure erano, in ordine crescente, la confisca dei beni, la prigione e la morte. 
Quest’ultima riguardava i rei impenitenti (che cioè, convinti dell’eresia rifiutavano di chiedere perdono) e i relapsi, cioè quelli che, dopo aver confessato, ritrattavano una confessione e mostravano di voler tornare all’errore. Sempre considerando la MASSIMA PENA, la Chiesa consegnava a questo punto, il reo al braccio secolare, raccomandando di risparmiargli mutilazioni (che erano invece previste e praticate nei preliminari delle condanne a morte laiche). I rei impenitenti potevano anche pentirsi in extremis, davanti al rogo, ma in questo caso erano costretti a denunziare i loro complici ed erano condannati comunque alla prigione a vita. 
I relapsi non avevano questa risorsa, ma potevano ricevere l’Eucarestia. La morte sul rogo era comunque spesso alleviata dal fatto che il carnefice strangolava il condannato prima che le fiamme cominciassero a bruciarlo.
La pena carceraria si distingueva a seconda delle colpe del condannato:
il murus largus era una detenzione che consentiva moto, lavoro e perfino licenze in casi eccezionali;
il murus strictus invece, costringeva il detenuto in catene in una stretta e buia cella.
Le confische dei beni o le pene pecuniarie potevano essere sostituite, in caso di insolvibilità, da pellegrinaggi, oppure si potevano espiare le colpe partecipando a una crociata.
Il reo doveva portare sull’abito anche particolari signa super vestem che erano segni d’infamia: 
gli eretici portavano mitre e rose gialle (colore d’infamia);
i calunniatori che avevano portato falsa testimonianza delle lingue rosse;
i sacrileghi invece delle Ostie.
Una pena minore era anche la flagellazione, che si accompagnava a una processione solenne e all’offerta di un cero da parte del condannato.

LA TORTURA

Parliamo ora dell’argomento più duro e imbarazzante, la “leggenda nera” dell’Inquisizione. 
Al giorno d’oggi si considerano gli inquisitori come dei torturatori e poco vale la consapevolezza del fatto che la tortura apparteneva a pieno titolo alla prassi giuridica del diritto romano e che i tribunali laici continuarono ad impiegarla abitualmente fino al 1700.

In Europa, fino alla metà del XVIII secolo, si praticavano (nei tribunali laici) varie forme di tortura, da quelle fisiche a quelle morali, psichiche o di umiliazione e, per i condannati alla pena capitale, si potevano infliggere pene preliminari pubblicamente eseguite (ferite, bruciature, flagellazioni, mutilazioni), che avevano lo scopo non solo e non tanto di aggravare la sua pena, quanto piuttosto di servire da esempio deterrente. 
Ancora ai giorni nostri, l’Onu è costantemente impegnata a scoprire e far cessare queste forme di violazioni dei diritti civili, una battaglia alla quale si dedicano anche specifiche organizzazioni, quali ad esempio Amnesty international.

E’ impossibile rintracciare l’origine storica della tortura giudiziaria, la radice della quale può considerarsi etico-pedagogica ancor prima che giuridica.
Durante l’alto medioevo, la tortura poteva essere sostituita dall’ordalia, che comunque aveva in comune con essa la concezione del rapporto tra coscienza d’innocenza e capacità di sopportare prove, in quanto solo chi è nel giusto trova la forza per superarle. 
La tortura all’interno dei processi inquisitoriali, non poteva essere troppo violenta, in quanto si sarebbe incorso all’infrazione dei diritti canonici relativi ai principi secondo i quali Ecclesia abhorret a sanguine; infatti nel corso del Trecento, la tortura fu estesa ad altre differenti procedure: in particolare si dovevano evitare sia la mutilazione permanente, sia la morte.
Naturalmente erano previste categorie di persone nei confronti delle quali la tortura non era applicabile: o per qualità del loro stato, che rendeva inutile la tortura dal momento che la loro parola doveva venir considerata un pegno di publica fides (i nobili, i militari, gli insigniti di dignità cavalleresche) o per la loro qualità di soggetti a un fòro speciale (i chierici) o per la debolezza della loro condizione fisica e psicologica (i bambini, i vecchi, le gravide, le puerpere); chi non rientrava tra questi, ma portava malattie o difetti che gli impedivano di sopportare le torture, aveva il diritto di essere visitato da un medico.

I più comuni sistemi di tortura erano:

- “i tratti di corda” (l’inquisito, con le mani legate dietro la schiena veniva sollevato più volte in aria con un sistema di carrucole e poi fatto cadere);

- “il cavalletto” (uno strumento sul quale si stirava il corpo dell’inquisito);

- “il fuoco” (si ungevano i piedi dell’imputato per poi avvicinarli a una fonte di calore);

- “la stanghetta” (un sistema di contenzione che comprimeva polsi e caviglie)

- “le cannette” (si stringevano con appositi strumenti le dita giunte del tormentato);

- “la veglia” (si impediva al torturato, legato a un sedile, di dormire per un periodo che poteva arrivare a quasi due giorni).

Non è veritiero il carico che si fa ai tribunali inquisitoriali di aver ricorso sistematicamente alla tortura; essi non facevano altro che seguire la pratica giuridica dell’epoca e servirsi di infrastrutture poste a loro disposizione dai tribunali laici, e ci sono numerose testimonianze di una forte resistenza da parte degli inquisitori nel servirsi dell’extremaratio, la tortura.
Il Domenicano frate Eliseo Marini, richiamava al fatto che la rigorosa disanima, la tortura appunto, dovesse essere applicata solo nel caso che le altre prove fossero del tutto insufficienti e massima dunque l’incertezza, e ancora ammoniva che si procedesse con prudenza, si mostrassero all’imputato gli strumenti di tortura, gli si proponesse a varie riprese di pensare a quel che faceva, si interrompesse più volte il procedimento per dargli modo di riflettere.
Quando nel 1754 Federico II di Prussica abolì la tortura dalle pratiche giudiziarie, il Sacro Romano Impero si aggiornò immediatamente e a seguito tutti gli altri stati europei. La consapevolezza che gli inquisitori erano spesso personaggi onesti, moderati e in buona fede, non deve far dimenticare che tra le loro “fila”, come all’interno di ogni altra Istituzione che mente umana ricordi, furono presenti personaggi tutt’altro che equilibrati, dei veri e propri carnefici; è proprio questo il tema centrale, quando non si affronta approfonditamente, in modo analitico un argomento, si è alla mercé delle opinioni altrui: i giornalisti quando parlano di Inquisizione, espongono soltanto i temi più spettacolari, cioè parlano solo di Tomàs deTorquemada e mostrano solo roghi e strumenti di tortura, è chiaro che poi si generalizza…

 

 

L’ERESIA

Per comprendere meglio l’operato di questa Istituzione, è necessario chiarire alcuni punti che, a causa di una malinformazione da parte dei media, ci sono stati erroneamente inculcati fin da piccoli.
Prima di tutto introduciamo il termine “eresia”, con il quale si intendeva ogni dottrina contraria ai dogmi del Cattolicesimo, ovvero “errata interpretazione della Fede”, ed era (ed è ancora) cosa interna al Cristianesimo.
L’eresia è una dottrina che si oppone immediatamente, direttamente, contraddittoriamente a una verità rivelata da Dio e come tale proposta dalla Chiesa.
È capace di eresia solo il Cattolico battezzato; il catecumeno e il battezzato invalidamente commettono peccato di infedeltà, non di eresia.
L’eresia è uno dei peccati di infedeltà (secondo, per gravità, solo all’odio contro Dio) e come tale comporta: perdita della Grazia, distruzione della Virtù infusa dalla Fede, esclusione del corpo dalla Chiesa (in caso di eresia pubblica).
Secondo il diritto canonico, le attuali misure previste contro l’eresia sono: la professione di Fede; le ispezioni del Vescovo circa l’ortodossia dei fedeli, durante le visite pastorali e nelle scuole; la censura preventiva sui libri e sulle proposizioni contrarie all’ortodossia della Fede; il divieto della comunicazione in divinis con gli eretici.
Le misure repressive consistono nel divieto di ricevere i Sacramenti; nella privazione della sepoltura ecclesiastica e nell’esclusione dall’uffizio di padrino nel Battesimo e nella Cresima.
Le pene previste contro gli eretici sono attualmente la scomunica e la perdita del diritto di patronato. Nel Nuovo Testamento il termine eresia si incontra nove volte ed equivale a strane dottrine e sette.
Durante l’Inquisizione medievale ci fu un grande studio riguardo l’eresia e le sue competenze.
Secondo gli inquisitori l’eresia è un atto emesso dall’intelligenza, in quanto implica l’assenso totale della volontà a un’opinione personale. Tale opposizione è consapevole e deliberata al Magistero della Chiesa e, se essa perdura, diventa pertinace. L’eresia può essere interna, se risiede solo nell’animo, ed esterna, se si manifesta esteriormente; occulta, se manifestata ma non dichiarata ufficialmente; pubblica, se dichiarata ufficialmente.
I profani tendono ad agglomerare i termini “infedeli” ed “eretici”, mentre è di fondamentale importanza comprendere i loro significati completamente diversi tra loro; il primo è un classico termine usato per identificare i musulmani durante le crociate e più genericamente attribuito a gente di altra Fede; mentre con il termine eretici, ci si riferiva (e purtroppo ci si riferisce ancora) agli oppositori, ai nemici dichiarati della Chiesa, cioè a coloro che tramite distorsione della Parola di Gesù Cristo, strappavano anime dal giusto Credo, diventando dei veri e propri Anti chiesa.
Quindi attenzione! Come detto in precedenza, l’eresia è cosa interna al Cristianesimo, i musulmani, i buddisti, erano considerati infedeli, non eretici.
Per quanto riguarda lo scisma.
Un altro argomento di doveroso chiarimento è la sostanziale differenza che corre tra scisma ed eresia.
Già San Paolo distinse eresia da scisma; gli Apologeti e i Padri della Chiesa apportarono alla distinzione ulteriori precisazioni, definendo l’eresia “errore dottrinale” e lo scisma “divergenza d’ortodossia”.
Finalmente, con Gerolamo, il termine fu usato solo per indicare gruppi separatisti della Chiesa per false dottrine (dissenso dottrinale) mentre si chiamò scisma il distacco per rifiuto d’obbedienza alla gerarchia (dissenso disciplinare).
A questo punto sorge automatico il chiarimento alla persecuzione ebraica nel medioevo: la Chiesa non incoraggiò MAI le sollevazioni popolari contro gli ebrei, perché non potevano essere soggetti al tribunale dell’Inquisizione in quanto quest’ultima si occupava di eretici.
Non a caso le regioni governate dalla Chiesa, furono quelle nelle quali gli ebrei si trovavano meglio ed erano più sicuri. 
L’11 Luglio 2001, in occasione del Capitolo generale dell’Ordine Domenicano tenuto a Providence negli Stati Uniti, il Santo Padre ha scritto a quest’Ordine affinché rinnovi il suo impegno contro chi rinnega Cristo. 
Il Capitolo generale è una specie di Conclave tramite il quale i massimi vertici dei Domenicani eleggono il nuovo Maestro dell’Ordine. 
Restando nell'argomento, di recente il Papa ha rivolto il messaggio: “combattete le nuove eresie” proprio a quell’Ordine che un tempo (XIII secolo) era preposto alla difesa del Cristianesimo e alla repressione dell’eresia. 
Questo del Santo Padre è un chiaro messaggio; il Papa in questa lettera ricorda che “uno dei primi compiti assegnati ai Domenicani fu la proclamazione della verità di Cristo in risposta all’eresia dei Catari”. 
Il messaggio prosegue spiegando che, come allora, “la nostra è un’epoca in cui in tante maniere viene negata l’Incarnazione e le conseguenze sono evidenti […] Quando Cristo viene escluso o negato, la nostra visione del fine umano si riduce […] la speranza cede il passo alla disperazione, la gioia alla depressione” il Papa conclude “la Chiesa e il successore dell’Apostolo Pietro guardano all’Ordine dei Predicatori con non minore speranza e fiducia dei tempi della vostra fondazione. È grande la necessità di una nuova evangelizzazione e certamente il vostro Ordine, contante vocazioni ed un chiara eredità, deve svolgere un ruolo vitale nella missione della Chiesa di proclamare il messaggio di Cristo agli albori del nuovo millennio”. 
Quest’Ordine rappresenta la speranza, l’umanità intera DEVE ringraziarlo quantomeno per le sue opere umanitarie in tutto il mondo: il Maestro dell’Ordine, ad esempio, ha viaggiato PERSONALMENTE in Ruanda, Burundi, Congo, Algeria, Iraq, Chiapas, le periferie di molte città dell’America Latina e altri paesi dove c’è guerra e povertà. 
Non c’è dubbio, i Domenicani sono tutt’oggi fedeli all’antico mandato di “PREDICARE IL VANGELO FINO ALLA MORTE”.

 

LO SCENARIO MEDIEVALE

Nel Medioevo, la Fede permeava ogni aspetto dell’esistenza, i simboli Sacri come le Croci e le nicchie con le effigi dei Santi, accompagnavano il cammino dei viandanti, i rintocchi delle campane delle Chiese fornivano alla giornata la sua trama temporale. La religione era il fulcro attorno il quale ruotava tutto il resto, il Papa governava la società Cristiana in nome di Dio, i sovrani regnavano in nome di Dio, incoronati con l’Olio Sacro.
Persino gli strumenti di lavoro, gli animali, il cibo, le stesse armi, venivano solennemente benedette. 
I Patroni Celesti non venivano invocati solo nei momenti di bisogno come avviene oggi; ogni giornata trascorreva, sia per il mendicante che per il re, sotto la luce della Fede. La presenza delle reliquie dei Santi, in alcuni luoghi, infondevano nei fedeli una grande rassicurazione e protezione dal male.
E’ impossibile per noi calarci in tale contesto sociologico, per quanto si possa studiare la storia di quel tempo non comprenderemo mai e poi mai il loro pensiero e il loro stato d’animo.

Il grande processo di riforma che aveva interessato la Chiesa nell’ XI secolo aveva ottenuto risultati importanti nella lotta alla corruzione e nella moralizzazione dei Chierici. 
Aveva però lasciato irrealizzate le aspirazioni di coloro che puntavano a un rinnovamento più profondo, in grado di ricondurre la vita Cristiana agli ideali di purezza, di semplicità e di povertà esortati dal Vangelo. 
Da questa insoddisfazione, comune a molti monaci e laici, nacque un vasto movimento di contestazione religiosa che in molti casi finì col collocarsi al di fuori e contro la Chiesa. 
Fenomeno non nuovo nella storia dell’Istituzione Ecclesiastica, l’eresia divenne nel XII secolo un fenomeno di massa, tanto che i Papi ebbero notevoli difficoltà a contrastare.
Accanto al fiorire di gruppi religiosi caratterizzati da una spiritualità vicina alla Chiesa primitiva, si diffusero parallelamente a questi ultimi, anche movimenti ereticali.
A differenza degli eretici però, questi gruppi religiosi accettavano di sottoporsi all’autorità Ecclesiastica e venivano controllati dai Vescovi locali. 
Innocenzo III, impegnato in una costante opera di moralizzazione dei comportamenti del Clero, vide in questi nuovi “Ordini” uno strumento per la rinascita e la divulgazione dell’ autentico spirito Cristiano e un efficace mezzo contro la diffusione delle dottrine e delle sette ereticali. 
Nacquero così accanto ai tradizionali Ordini monastici, nuovi Ordini detti Mendicanti, che introducevano al posto della figura del monaco, quella del frate e aspiravano a far coincidere la propria vita quotidiana con gli ideali di povertà del Vangelo, è il momento dei Domenicani e dei Francescani.

 

 

GIORDANO BRUNO

L'ERETICO ERRANTE

Giordano Bruno nacque a Nola, presso Napoli, nel 1548,da una famiglia di modeste condizioni. Il padre Giovanni era un militare di professione e la madre Fraulissa Savolino apparteneva ad una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Gli fu imposto il nome di battesimo di Filippo. Compì i primi studi nella città natale, da lui molto amata e spesso ricordata anche nei lavori più tardi, ma nel 1562 si trasferì a Napoli dove frequentò gli studi superiori e seguì lezioni private e pubbliche di dialettica, logica e mnemotecnica presso l’Università. Nel giugno1565 decise di intraprendere la carriera ecclesiastica ed entrò, col nome di Giordano, nell’ordine domenicano dei predicatori nel convento di S. Domenico Maggiore. Si fa rilevare come l’età di 17 anni sia da considerare piuttosto elevata, nel contesto, per decisioni del genere. Nel convento cominciò subito a manifestarsi il contrasto tra la sua personalità inquieta, dotata di viva intelligenza e voglia di conoscere e la necessità di sottostare alle rigorose regole di un ordine religioso: dopo circa un anno era già accusato di disprezzare il culto di Maria e dei Santi e corse il rischio di essere sottoposto a provvedimento disciplinare. Percorse peraltro rapidamente i vari gradi della carriera: suddiacono nel 1570, diacono nel 1571, sacerdote nel 1572(celebrò la sua prima messa nella chiesa del convento di S. Bartolomeo in Campagna ), dottore in teologia nel 1575. Ma contemporaneamente allo studio serio e profondo dell’opera di S. Tommaso non rinunciò a leggere scritti di Erasmo da Rotterdam, rigorosamente proibiti e la cui scoperta causò l’apertura di un processo locale a suo carico, nel corso del quale emersero anche accuse di dubbi circa il dogma trinitario. Era il 1576 e l’Inquisizione aveva ormai da tempo dato clamorosi esempi di rigore e di efficienza per cui il B., temendo per la gravità delle accuse, fuggì da Napoli abbandonando l’abito ecclesiastico. 
Ebbe così inizio la serie incredibile delle sue peregrinazioni, durante le quali si mantenne impartendo lezioni in varie discipline (geometria, astronomia, mnemotecnica, filosofia, etc.).Nell’arco di due anni (1577-1578) soggiornò a Noli, a Savona, a Torino, a Venezia e a Padova dove, su suggerimento di alcuni fratelli domenicani e pur in mancanza di una f ormale reintegrazione nell’ordine, rivestì l’abito. Dopo brevi soste a Bergamo e a Brescia, alla fine del 1578 si diresse verso Lione ma, giunto presso il convento domenicano di Chambery, fu sconsigliato di fermarsi in quella città di confine con i paesi riformati e soggetta a particolari controlli, per cui decise di recarsi nella non lontana Ginevra, la capitale del calvinismo.
Qui venne accolto da Gian Galeazzo Caracciolo marchese di Vico, esule dall’Italia e fondatore della locale comunità evangelica italiana. Deposto di nuovo l’abito e dopo una esperienza di "correttore di prime stampe" presso una tipografia, il B. aderì formalmente al calvinismo e fu immatricolato come docente nella locale università (maggio1579). Già nell’agosto però, avendo pubblicato un libretto in cui stigmatizzava il titolare della cattedra di filosofia evidenziando ben venti errori nei quali costui sarebbe incorso in una sola lezione, fu accusato di diffamazione e quindi arrestato, processato e convinto a pentirsi sotto pena di scomunica. IlB. ammise la sua colpevolezza ma dovette lasciare Ginevra, non senza conservare in sé un forte risentimento. Quasi per reazione si recò allora a Tolosa, in quegli anni baluardo dell’ortodossia cattolica nella Francia meridionale, dove cercò, senza ottenerla, l’assoluzione presso un confessore gesuita, ma poté comunque ottenere un posto di lettore di filosofia nella locale università e per due anni circa commentò il "De anima" di Aristotele. Nel 1581lasciò anche Tolosa, dove si profilava una recrudescenza delle lotte religiose tra cattolici e ugonotti e si recò a Parigi dove tenne, in qualità di "lettore straordinario" (quelli "ordinari" erano tenuti a frequentare la messa, cosa a lui interdetta come apostata e scomunicato) un corso in trenta lezioni sugli attributi divini in Tommaso d'Aquino. La notizia del successo del corso pervenne al re Enrico III al quale B. dedicò subito dopo(1582) il suo "De umbris idearum" con l’annessa "Arsmemoriae" ottenendo la nomina a "lettore straordinario e provvisionato". L’appartenenza al gruppo dei "lecteurs royaux"gli consentiva una certa autonomia anche nei confronti della Sorbona, della quale non mancò di criticare il conformismo aristotelico. E’ questo un periodo di grande fecondità nella produzione filosofica e letteraria del B., che pubblica in breve successione il "Cantus circaeus", il "Decompendiosa architectura et complemento artis Lullii" e "Il Candelaio". Con il favore del re divenne "gentilomo" (ma ben presto apprezzato amico) dell’ambasciatore di Francia in Inghilterra Michel de Castelnau, che raggiunse a Londra nell'aprile del 1583, e grazie al quale frequentò la corte della "diva" Elisabetta. Continuò qui a pubblicare opere importanti: "Ars reminiscendi", "Explicatio trigintasigillorum" e "Sigillus sigillorum" in unico volume e subito dopo la "Cena delle ceneri", il "De la causa, principio e tuno", il "De infinito, universo et mondi" e lo "Spaccio della bestia trionfante". Nell’anno seguente, sempre a Londra, diede alle stampe "La cabala del cavallo pegaseo" e il "Degli eroici furori". Quest'ultima opera, al pari dello Spaccio, è dedicata a sir Philip Sidney, nipote di Robert Dudley conte di Leicester. Alcuni di questi testi risentono di polemiche con l’Università di Oxford e con una parte dell’aristocrazia inglese. Venuto a contatto con la famosa università oxoniana ,sospinto dall’irruenza del suo carattere, durante un dibattito mise in difficoltà, senza troppi riguardi, uno stimato docente: John Underhill, e restò così inviso a una parte dei suoi colleghi che non mancarono di manifestare inseguito la loro animosità. Ottenuto infatti, dopo alcuni mesi, l’incarico di tenere una serie di conferenze in latino sulla cosmologia, nelle quali difese tra l'altro le teorie di Niccolò Copernico sul movimento della terra, fu accusato di aver plagiato alcune opere di Marsilio Ficino e costretto a interrompere le lezioni. Ma al di là dei risentimenti personali, confliggevano con la temperie culturale e religiosa inglese del tempo alcune idee di fondo del B., quali appunto la sua cosmologia ed il suo anti aristotelismo. L’episodio del giorno delle ceneri del 1584 (14 febbraio) è significativo: il B. era stato invitato dal nobile inglese Sir Fulke Greville ad esporre le sue idee sull’universo. Due dottori di Oxford presenti, anziché opporre argomento ad argomento, provocarono un acceso diverbio ed usarono espressioni che il B. ritenne offensive tanto da indurlo a licenziarsi dall’ospite. Da questo fatto nacque "La cena delle ceneri" che contiene acute e non sempre diplomatiche osservazioni sulla realtà inglese contemporanea, attenuate poi, anche per la reazione di alcuni che si sentivano ingiustamente coinvolti in tali giudizi, nel successivo "De la causa, principio et uno". Nei due dialoghi italiani, Bruno contrasta la cosmologia geocentrica di stampo aristotelico-tolemaico, ma supera anche le concezioni di Copernico, integrandole con la speculazione del "divino Cusano". Sulla scia della filosofia cusaniana, infatti, il Nolano immagina un cosmo animato, infinito, immutabile, all'interno del quale si agitano infiniti mondi simili al nostro. Tornato in Francia a seguito del rientro del Castelnau, il B. si occupò di una recente scoperta di Fabrizio Mordente, il compasso differenziale, per presentare la quale scrisse – su invito dell’inventore - una prefazione in latino nella cui stesura prevalevano talmente le applicazioni che il B. faceva dello strumento per avvalorare le sue tesi filosofiche sul limite fisico della divisibilità, da oscurare o ridurre a un fatto "meccanico" l’invenzione. Offeso, il Mordente si affrettò a comprare tute le copie disponibili e le distrusse. Bruno rinfocolò la polemica pubblicando un dialogo dal titolo e dal tono sarcastico "Idiota triumphansseu de Mordentio inter geometras deo" che indirettamente rese più difficile la sua permanenza a Parigi, essendo il Mordente un cattolico ligio alla fazione del duca di Guisa, che di li a poco avrebbe raggiunto il massimo della sua parabola ascendente, mentre il B. ribadiva la sua fedeltà ad Enrico III. Reazioni negative suscitarono di li a poco a Cambrai le tesi fortemente antiaristoteliche contenute nell’opuscolo "Centum et viginti articuli denatura ed mundo adversos peripateticos" discusse a nome del maestro dal suo discepolo J. Hennequin. L’intervento critico di un giovane avvocato che B. sapeva appartenere alla sua stessa parte politica, convinsero il filosofo nolano che la permanenza a Parigi non era ulteriormente possibile. Di nuovo ramingo per l’Europa, il B. approda nel giugno 1586 a Wittemberg,  inGermania, dove insegna per due anni nella locale università come "doctoritalus", al termine dei quali si congeda (anche per il prevalere in cittàdella parte calvinista) con una "Oratio valedictoria" con la quale ringrazia l’università per averlo accolto senza pregiudizi religiosi. L’orazione contiene anche un caloroso elogio di Lutero per il suo coraggio nell’opporsi allo strapotere della Chiesa di Roma che ha grande valore come difesa della libertà religiosa ma non rinnega i convincimenti critici del B. circa la dottrina luterana rilevabili in altre opere (specialmente "Cabala" e "Spaccio"). Gli "eroici furori "sembravano al B. incompatibili con la paolina teologia della croce.
Dopo un breve soggiorno nella Praga di Rodolfo II, cui dedicò gli "Articuli adversos mathematicos", alla fine del 1588si reca a Helmstedt dove, per poter insegnare nella locale "Accademia Iulia" aderisce al luteranesimo. Ma i problemi di fondo rimangono: dopo nemmeno un anno è scomunicato dal locale pastore Gilbert Voet per motivi non ben chiariti e che il B. sostiene fossero di natura privata. E’ in questa città comunque che vennero pubblicate gran parte delle opere c.d."magiche": "De magia , De magia mathematica", "Thesesde magia", ecc. Il 2 giugno 1590 il B. giunge a Francoforte dove chiede ma non ottiene il permesso di soggiorno e rimane precariamente ospitato in un convento di carmelitani. Pubblicati tre poemi latini (De triplice minimo, De monade, Deinnumerabilis) e dopo alcuni mesi di permanenza a Zurigo dove tiene lezioni di filosofia, torna a Francoforte dove nella primavera del 1591 viene raggiunto da due lettere del nobile veneziano Giovanni Mocenigo che lo invitano a Venezia per insegnargli l’arte della memoria. I motivi per i quali B. si decise ad accettare l’invito, con tutti i rischi connessi ad un rientro in Italia, sono tuttora dibattuti tra gli studiosi. Probabilmente a ragione, Michele Ciliberto è convinto che convergessero in questa scelta una pluralità di cause. Scomunicato dalle chiese riformate non meno che dalla cattolica, in rotta con gli ambienti puritani e con la fazione allora dominante in Francia, era isolato e indesiderato a livello europeo. Aveva fiducia nella tradizionale autonomia della Repubblica veneta (dove di fatto sopravvivevano circoli aristocratici orientati in senso "liberale") rispetto al Papa, ed aspirava allac attedra di matematica dell’università di Padova, allora vacante, che sarà poi di Galileo Galilei. A queste considerazioni, peraltro, il Ciliberto ne aggiunge un’altra, direttamente connessa con gli ultimi raggiungimenti della filosofia del nolano: una sorta di forte autocoscienza, di vocazione in senso riformatore, quasi si sentisse un "Mercurio mandato dagli dei" per diradare le tenebre del presente. Una cosa, rileva ancora Ciliberto, B. non aveva previsto: "che razza di uomo fosse il Mocenigo" (Giordano Bruno, cit. pagg. 259sgg.). Comunque sia, a fine marzo 1592 l’inquieto pellegrino giunge in casa Mocenigo a Venezia. Dopo alcuni mesi il patrizio veneziano, forse insoddisfatto nella sua aspettativa di mirabolanti tecniche magico-mnemoniche, forse anche indispettito per il carattere indipendente del B. che mal si adattava alla condizione di "famiglio", specialmente di una persona così insipiente(egli si apprestava tra l’altro ad andare a Francoforte per far stampare libri e continuava a sperare in una cattedra a Padova), contravvenendo alle più elementari regole dell’ospitalità, rinchiuse B. nelle sue stanze e lo denunciò alla locale Inquisizione asserendo di averlo sentito profferire bestemmie e frasi eretiche. Dopo un paio di mesi peraltro il processo, subito iniziato, si presentava in modo abbastanza favorevole al B., che si era difeso sostenendo di aver formulato ipotesi filosofiche e non teologiche e che per quanto riguardava le cose di fede si rimetteva pienamente alla dottrina della Chiesa chiedendo perdono per qualche frase sconsiderata che potesse aver pronunciato. Ebbe inoltre attestazioni favorevoli o per lo meno non ostili da parte di diversi testimoni del patriziato veneto. Quando tutto faceva sperare in una prossima assoluzione, giunse improvvisamente da Roma la richiesta del trasferimento del processo al tribunale centrale del S. Uffizio. La prima risposta del senato, geloso custode dell’autonomia della Serenissima, fu negativa, ma dietro le insistenze vaticane, nella considerazione che l’inquisito non era cittadino veneziano e che il suo processo era iniziato prima del suo arrivo nella città lagunare (ci si riferiva ai fatti del 1575) giunse alla fine il nulla-osta e nel febbraio 1593 il gran peregrinare del B. terminò in una cella del nuovo palazzo del S. Uffizio, fatto costruire da Pio V nei pressi di Porta Cavalleggeri. Del processo, che si protrasse per ben sei anni e durante il quale per una volta almeno si ricorse con ogni probabilità alla tortura, ci rimane una "sommario", ritrovato stranamente nell’archivio personale di Pio IX e pubblicato da A. Mercati nel 1942. Si tratta quasi certamente di una sintesi compilata ad uso dei giudici, per consentire loro una visione d’insieme che non era facile avere nella gran congerie dei documenti originali. Un fondamentale studio di questo estratto è contenuto nel libro di L. Firpo "Il processo di Giordano Bruno", Napoli, 1949, al quale si rinvia peri particolari drammatici e significativi dell’intricato procedimento che, oltre a fornire numerosi dati sulla vita del B., mostra il progressivo sgretolamento della sua tesi difensiva della separatezza tra il piano filosofico (sul quale, soltanto, lui asseriva di aver speculato) e quello teologico, che non gli interessava. Decisivo al riguardo fu l'ingresso nel tribunale nel 1597 del teologo gesuita Roberto Bellarmino, chiamato ad esaminare gli atti processuali e soprattutto le opere a stampa per enuclearne il contenuto eterodosso. Quando il nolano, che pure durante il processo aveva cercato di dissimulare, attenuare e talvolta anche accettato di ripudiare talune sue posizioni in più aperto conflitto con la dottrina cattolica si trovò di fronte alla necessità – per salvarsi - di rifiutare in blocco le sue idee, giudicate radicalmente incompatibili con l’ortodossia cristiana, si irrigidì in un fermo e sprezzante rifiuto e fu la fine. Il 20 gennaio 1600 Clemente VIII, considerando ormai provate le accuse e rifiutando la richiesta di ulteriore tortura avanzata dai cardinali, ordinò che l’imputato, "eretico impenitente", pertinace ,ostinato", fosse consegnato al braccio secolare. Ciò significava, nonostante la presenza nella sentenza della solita ipocrita formula che invocava la clemenza del Governatore, la morte per rogo. L’8 febbraio la sentenza fu letta nella casa del Card. Madruzzo e fu allora che il B., come riferisce un attendibile testimone oculare (lo Schopp) rivolto ai giudici pronunciò la famosa frase "Forse avete più paura voi che emanate questa sentenza che io che la ricevo" (trad. dal latino). Il successivo giovedi17 febbraio 1600 - anno santo - venne condotto a Campo de’ Fiori con la lingua in giova" cioè con una mordacchia che gli impediva di parlare e qui, spogliato nudo e legato a un palo venne bruciato vivo ostentatamente distogliendo lo sguardo da un crocefisso, del quale stava condividendo la sorte ma che gli volevano far apparire come carnefice. Aveva messo in pratica e purtroppo sperimentato sulla sua pelle una considerazione di molti anni prima e cioè che "dove importa l’onore, l’utilità pubblica, la dignità e perfezione del proprio essere, la cura delle divine leggi e naturali, ivi non ti smuovi per terrori che minacciano morte" (Dialoghi Ital. a cura di G. Gentile Firenze 1985 pp. 698-99).
Nel sommario del processo ci sono tramandati i capi d’accusa (24) ma non quelli ritenuti provati nella sentenza, che peraltro ci sono così riferiti dallo Schopp, a memoria:
1. Negare la transustanziazione;
2. Mettere in dubbio la verginità di Maria;
3. Aver soggiornato in paese d’eretici, vivendo alla loro guisa;
4. Aver scritto contro il papa lo "Spaccio della bestia trionfante";
5. Sostenere l’esistenza di mondi innumerevoli ed eterni;
6. Asserire la metempsicosi e la possibilità che un anima sola informi due corpi;
7. Ritenere la magia buona e lecita;
8. Identificare lo Spirito Santo con l’anima del mondo;
9. Affermare che Mosè simulò i suoi miracoli e inventò la legge;
10.Dichiarare che la sacra scrittura non è che un sogno;
11 .Ritenere che perfino i demoni si salveranno;
12.Opinare l’esistenza dei preadamiti;
13.Asserire che Cristo non è Dio, ma ingannatore e mago e che a buon diritto fu impiccato;
14.Asserire che anche i profeti e gli apostoli furono maghi e che quasi tutti vennero a mala fine.

Di tali errori il quarto risulta manifestamente infondato essendo lo "Spaccio" piuttosto antiluterano che anti papista; le volgari invettive contro Cristo, i profeti e gli apostoli dei nn. 13 e 14sono evidentemente echi di sfoghi contingenti di una persona esasperata. Dove il contrasto con l’Istituzione appare insanabile è piuttosto con il nucleo centrale della dottrina del B., adombrato nei punti 5, 6 e 8. Non è qui il caso di approfondire il sistema filosofico del nolano, ma il solo pensare che la terra, da centro di un limitato universo, oggetto specifico e privilegiato dell’azione creatrice di Dio, diventi un minuscolo puntolino in un universo infinito e tra mondi infiniti; che tale universo è pervaso e vivificato da uno spirito divino immanente; che nel continuo trasformarsi della vita anche le anime, immortali, informano corpi diversi, ecc. rendeva le Scritture, Cristo, la Vergine, i profeti e i dogmi come imperfettissime ombre di una realtà che la filosofia mostrava ben più grande, e tutt’al più utili a tenere quieti i popoli. Probabilmente le idee di Bruno non sarebbero mai riuscite a far presa sulle masse, a sollecitare scismi lontanamente paragonabili a quello luterano; ma insomma di trattava, in un certo senso, di un tentativo di sostituire una nuova "summa" sull’universo a quella tradizionale di 
S. Tommaso. E questo fu considerato un pericoloso esempio, un attentato alla supremazia della teologia sulla filosofia, della religione sulla ragione.

 


Il processo di Giordano Bruno, dopo l'arresto del filosofo avvenuto a Venezia il 23 maggio 1592 e il suo trasferimento nelle carceri romane dell'Inquisizione il 27 febbraio 1593, si concluse il 17febbraio 1600 con la condanna al rogo per eresia eseguita in piazza Campo dei Fiori.

 LA CASA DEI GIOCHI

 

Dissanguamento 

Era una credenza comune che il potere di una strega potesse essere annullato dal dissanguamento o dalla purificazione tramite fuoco del suo sangue. Le streghe condannate erano 'segnate sopra il soffio' (sfregiate sopra il naso e la bocca) e lasciate a dissanguare fino alla morte.

 

Il Rogo

 

Una delle forme più antiche di punizione delle streghe era la morte per mezzo di roghi, un destino riservato anche per gli eretici. Il rogo spesso era una grande manifestazione pubblica. L'esecuzione avveniva solitamente dopo breve tempo dall'emissione della sentenza. In Scozia, il rogo di una strega era preceduto da giorni di digiuno e di solenni prediche. La strega prima veniva strangolata e poi il suo corpo (a volte il suo corpo in stato di semi- incoscienza) era, a volte, scaricato in un barile di catrame prima di venire legato a un palo e messo a fuoco. Se la strega, nonostante tutto, riusciva a liberarsi e a tirarsi fuori dalle fiamme, la gente la respingeva dentro.

 

Pulizia dell'anima 

Era spesso creduto, nei paesi cattolici, che l'anima di una strega o di un eretico fosse corrotta, sporca e covo di quanto di contrario ci fosse al mondo. Per pulirla prima del giudizio, qualche volta le vittime erano forzate a ingerire acqua calda, carbone, perfino sapone. La famosa frase 'sciacquare la bocca con il sapone' che si usa oggi, risale proprio a questa tortura.

 

Immersione dello sgabello

 

Questa era una punizione che più spesso era usata nei confronti delle donne. Volgarmente sgradevole, e spesso fatale, la donna veniva legata a un sedile che impediva ogni movimento delle braccia. Questo sedile veniva poi immerso in uno stagno o in un luogo paludoso. Varie donne anziane che subirono questa tortura morirono per lo shock provocato dall'acqua gelida. L'immersione dello sgabello era usato per le streghe in America ,e in Gran Bretagna come punizione per crimini minori; prostitute e recidivi.

 

La Garrotta 

Non è altro che un palo con un anello in ferro collegato. Alla vittima, seduta o in piedi, veniva fissato questo collare che veniva stretto poi per mezzo di viti o di una fune. Spesso si rompevano le ossa della colonna vertebrale.

 

Impalamento 

E' una delle più rivoltanti e vergognose torture concepite dalla mente umana. Veniva attuata per mezzo di un palo aguzzo inserito nel retto della presunta strega, forzato a passare lungo il corpo per fuoriuscire dalla testa o dalla gola. Il palo era poi invertito e piantato nel terreno, così, queste miserabili vittime, quando non avevano la fortuna di morire subito, soffrivano per alcuni giorni prima di spirare. Tutto ciò veniva fatto ed esposto pubblicamente.

 

La fanciulla di ferro o Vergine di Norimberga 

Era una specie di contenitore di metallo con sembianze umane (di fanciulla appunto) con porte pieghevoli. Nella parte interna delle porte erano inseriti delle lame metalliche. I prigionieri venivano chiusi dentro in modo che il loro corpo fosse esposto a queste punte in tutta la sua lunghezza. Naturalmente questa macchina era progettata per non dare subito la morte che sopraggiungeva lentamente fra atroci dolori.

 

Annodamento 

Questa era una tortura specifica per le donne. Si attorcigliavano strettamente i capelli delle streghe a un bastone. Quando l'inquisitore non riusciva ad ottenere una testimonianza si serviva di questa tortura; robusti uomini ruotavano l'attrezzo in modo veloce provocando un enorme dolore e in alcuni casi arrivando a togliere lo scalpo e lasciando il cranio scoperto. Questa tortura era usata in Germania contro gli zingari (1740-1750) e in Russia con la Rivoluzione Bolscevica nel 1917-1918.

 

Mastectomia 

Alcune torture erano elaborate non solo per infliggere dolore fisico ma anche per sconvolgere la mente delle vittime. La mastectomia era una di queste. la carne delle donne era lacerata per mezzo di tenaglie, a volte arroventate. Uno dei più famosi casi che si conosca in cui fu usata questa tortura era quello di Anna Pappenheimer. Dopo essere già stata torturata con lo strappado, fu spogliata, i suoi seni furono strappati e, davanti ai suoi occhi, furono spinti a forza nelle bocche dei suoi figli adulti... Questa vergogna era più di una tortura fisica; l'esecuzione faceva una parodia sul ruolo di madre e nutrice della donna, imponendole un'estrema umiliazione.

 

Ordalia del Fuoco

 

Prima di iniziare l'ordalia del fuoco tutte le persone coinvolte dovevano prendere parte a un rito religioso. Questo rito durava tre giorni e gli accusati dovevano sopportare benedizioni, esorcismi, preghiere, digiuni e dovevano prendere i sacramenti. Dopodiché si veniva sottoposti all'ordalia aveva inizio: gli accusati dovevano trasportare un pezzo di ferro bollente per una certa distanza. Il peso di questo peso era variabile: si andava da un minimo di circa mezzo chilo per reati minori, fino a un chilo e mezzo.

 

Un altro tipo di ordalia del fuoco consisteva nel camminare bendati e nudi sopra i carboni ardenti. Le ferite venivano coperte e dopo tre giorni una giuria controllava se l'accusato era colpevole o innocente. Se le ferite non erano rimarginate l'accusato era colpevole, altrimenti era considerato innocente. Si poteva aver salva la vita però: corrompendo i clerici che dovevano officiare la prova si poteva fare in modo che ferro e carboni avessero una temperatura sufficientemente tollerabile.

 

Ordalia dell'Acqua 

In questo tipo di ordalia l'acqua simboleggia il diluvio dell'Antico Testamento. Come il diluvio spazzò via i peccati anche l'acqua 'pulirà' la strega. Dopo tre giorni di penitenze l'accusata doveva immergere le mani in acqua bollente, alla profondità dei polsi. Spesso erano costrette a immergerle fino ai gomiti. Si aspettava poi tre giorni per valutare le colpe dell'accusata (come per l'ordalia del fuoco).

 

Veniva messa in pratica anche un'ordalia dell'acqua fredda. Alla strega venivano legate le mani con i piedi con una fune, in modo tale che la posizione non fosse certo propizia per rimanere a galla. Dopodiché veniva immersa in acqua; se galleggiava era sicuramente una strega in quanto l'acqua 'rifiutava' una creatura demoniaca, se andava a fondo era innocente ma difficilmente sarebbe stata salvata in tempo.

 

Il Forno 

Questa barbara sentenza era eseguita in Nord Europa e assomiglia ai forni crematori dei nazisti. La differenza era che nei campi di concentramento le vittime erano uccise prima di essere cremate. Nel diciassettesimo secolo più di duemila fra ragazze e donne subirono questa pena nel giro di nove anni. Questo conteggio include anche due bambini.

 

La Pera 

La Pera era un terribile strumento che veniva impiegato il più delle volte per via orale. La pera era usata anche nel retto e nella vagina. Questo strumento era aperto con un giro di vite da un minimo, a un massimo dei suoi segmenti. L'interno della cavità in questione era orrendamente mutilato e spesso mortalmente. I rebbi costruiti alla fine dei segmenti servivano meglio per strappare e lacerare la gola o gli intestini. Quando applicato alla vagina i chiodi dilaniavano la cervice della povera donna. Questa era una pena riservata a quelle donne che intrattenevano rapporti sessuali col Maligno o i suoi familiari.

 

La Pressa 

Anche conosciuta come pena forte et dura, era una sentenza di morte. Adottata come misura giudiziaria durante il quattordicesimo secolo, raggiunse il suo apice durante il regno di Enrico IV. In Bretagna venne abolita nel 1772.

 

La Cremagliera

 

Era un modo semplice e popolare per estorcere confessioni. La vittima veniva legata su una tavola, caviglie e polsi. Rulli erano passati sopra la tavola (e in modo preciso sul corpo) fino a slogare tutte le articolazioni..

 

La Ruota

 

In Francia e Germania la ruota era popolare come pena capitale. Era simile alla crocifissione. Alle presunte streghe ed eretici venivano spezzati gli arti e il corpo veniva sistemato tra i raggi della ruota che veniva poi fissata su un palo. L'agonia era lunghissima e poteva anche durare dei giorni.

 

La Strappata

 

Una delle più comuni e anche una delle tecniche più facili. L'accusato veniva legato a una fune e issato su una sorta di carrucola. L'esecutore faceva il resto tirando e lasciando di colpo la corda e slogando, così, le articolazioni.

 

Lo Squassamento 

Era una forma di tortura usata insieme alla 'strappata'. L'accusato qui veniva sempre issato sulla carrucola, ma con dei pesi legati al suo corpo che andavano dai 25 ai 250 chili. Le conseguenze erano gravissime.

 

Lo Strangolamento 

Consisteva nello strangolare le streghe prima di metterle a rogo.

 

Tormentum Insomniae 

Consisteva nel privare le streghe del sonno. Matthew Hopkins la usava in Essex. La vittima, legata. era costretta a immersioni nei fossati anche durante tutta la notte per evitare che si addormentasse.

 

Il Triangolo 

Altro terribile strumento di tortura analogo alla 'Pera' e all''Impalamento. L'accusato veniva spogliato e issato su un palo alla cui estremità era fissato un grosso oggetto piramidale di ferro. La presunta strega veniva fatta sedere in modo che la punta entrasse nel retto o nella vagina. Alla fine alla poveretta venivano fissati dei pesi alle mani e ai piedi...

 

Le Turcas 

Questo mezzo era usato per lacerare e strappare le unghie. Nel 1590-1591 John Fian è stato sottoposto a questa e altre torture in Scozia. Dopo che le sue unghie vennero strappate, degli aghi furono inseriti nelle sue estremità.

 

La Culla della Strega

 

Questa era una tortura a cui venivano sottoposte solamente le streghe. La strega veniva chiusa in un sacco poi legato a un ramo e veniva fatta continuamente oscillare. Apparentemente non sembra una tortura ma il dondolìo causava profondo disorientamento e aiutava a indurre a confessare. Vari soggetti hanno anche sofferto durante questa tortura di profonde allucinazioni. Ciò sicuramente ha contribuito a colorire le loro confessioni.

 

IL PIFFERO DEL BACCANARO 

Il termine è stato rinvenuto in alcuni rari documenti italiani del '700.Questa singolare invenzione veniva usata per reati minori, litigiosità, disturbo alla comunità, turpiloquio e bestemmia. Veniva applicato per durate variabili al collo del reo e le dita erano serrate nell'apposita morsa. Si usava anche per punire quei "cattivi musicisti" che con musiche scadenti avevano offeso l'orecchio dei nobili.

 

LA BERLINA 

Sorgeva nei luoghi di mercato o all'entrata delle città ed era uno strumento considerato obbligatorio nel Medio Evo, in quasi tutti i Paesi d'Europa. Questo ed alcuni marchingegni, come i ceppi o le maschere d'infamia, fanno parte di tutta una serie di punizioni corporali che dovevano costituire il giusto castigo per l'interessato e servivano da ammonimento ed esempio per gli altri. Si tratta di pene che hanno uno scopo ben preciso: non infieriscono per infierire, ma per difendere la comunità contro le intemperanze degli "irregolari". La berlina era riservata ai mentitori, ai ladri, agli ubriaconi, alle donne litigiose ed era un castigo considerato lieve, ma spesso la pena diventava supplizio e tortura quando la vittima (col collo e le braccia immobilizzate) veniva stuzzicata, schiaffeggiata, molte volte ustionata e addirittura in alcuni casi orrendamente mutilata. Anche il solletico forzato ai fianchi e sul viso si trasformava in tortura insopportabile. In questi casi i confini fra le esigenze dell'ordine pubblico e le tendenze sadiche del piacere privato diventavano incerti.

 

COLLARE CON MANETTE (Cicogna snodata) 

Nei secoli scorsi era molto importante "mantenere la reputazione" all'interno della comunità. Molte punizioni per reati minori potevano quindi essere incruente limitandosi ad esporre il reo al pubblico disprezzo (la più famosa è senz'altro la gogna, la cui sparizione ai giorni nostri deve far riflettere se non sia nel contempo decaduta anche l'etica in generale...).Il reo partecipava a cerimonie o processioni pubbliche indossando questo collare spinato, simbolo della sua colpa di fronte all'autorità. Come per la maggior parte delle manette in metallo, lo sfregamento contro la pelle nuda provocava non di rado la successiva morte per setticemia.

 

TAGLIAMANI 

Questo tipo di supplizio non veniva usato solo nei casi di reati minori e quindi come espiazione "lieve", ma molto spesso durante l'interrogatorio, come tortura vera e propria. Soprattutto in Spagna era ricorrente l'usanza, invece di dare dimostrazione di clemenza, strangolando i condannati al rogo, di accanirsi ulteriormente contro le vittime, amputando loro la mano prima dell'esecuzione capitale. E' clamoroso l'esempio di un cantastorie, di nome Jean de la Vitte, processato nel 1459 a Langres, il quale pur non avendo confessato alcuno dei crimini ascrittigli, si trovò a subire la mutilazione della lingua prima e poi delle mani. Questo per impedirgli di raccontare o scrivere l'accaduto! Ciò nonostante il tribunale laico locale, consapevole della sua innocenza, sancì la sua condanna a morte per soffocare un pericoloso scandalo. Il fatto comunque venne risaputo, nonostante mancasse il testimone principale.

 

VERGINE DI NORIMBERGA 

L'idea di meccanizzare la tortura è nata in Germania; è li che ha avuto origine "la Vergine di Norimberga ".Fu cosi battezzata perché, vista dall'esterno, le sue sembianze erano quelle di una ragazza bavarese, e inoltre perché il suo prototipo venne costruito ed impiantato nei sotterranei del tribunale segreto di quella città. Il condannato veniva rinchiuso all'interno, dove affilatissimi aculei trafiggevano il corpo dello sventurato. La disposizione di questi ultimi era così ben congegnata che, pur penetrando in varie parti del corpo, non trafiggevano organi vitali, quindi la vittima era destinata ad una lunga ed atroce agonia. La prima testimonianza di una esecuzione avvenuta con la "Vergine" risale al 1515 ed è riportata da Gustav Freytag: nel suo "Bilder aus der deutschen vergangenheit" racconta della pena inflitta ad un falsario che rimase all'interno del sarcofago per tre giorni fra spasimi atroci.

 

ARMA DA SOLLETICO

SPAGNOLA 

Della misura della mano di un uomo, quest'attrezzo veniva usato per ridurre a brandelli la carne della vittima e per scarnificarne le ossa, in tutti i punti del corpo: viso, addome, schiena, arti, glutei, seni.

 

MANNAIE PER DECAPITAZIONE 

In abbinamento ai vari sistemi di tortura, venivano usati strumenti particolari per aumentare le sofferenze delle vittime ed accelerare le confessioni. Varie tenaglie e pinze dalle fogge più strane e bizzarre, spesso arroventate, erano lo strumento prediletto degli aguzzini per asportare brandelli di carne durante gli interrogatori. Alcune di queste, specialmente le più taglienti, servivano in modo particolare per mozzare la lingua ai condannati.

 

LO SCHIACCIAPOLLICI 

Lo schiacciamento delle nocche è uno dei tormenti più semplici ma efficaci, già usato nei tempi più antichi. Un preciso disegno dell'epoca si può reperire nella Constitutio criminalis theresiana, l'anacronistico codice di procedure e di torture inquisitorie promulgato dall'Imperatrice Maria Teresa e pubblicato a Vienna nell'anno 1769, anno in cui la tortura era già stata da tempo abolita in Inghilterra, Prussia, Toscana e alcuni dei Principati minori. Questo manuale impose ai giudici di tutti i tribunali austriaci di sottoporre ogni accusato, che non volesse confessare spontaneamente, alle peinliche Fragen, i "quesiti penosi"; vale a dire di estorcere comunque una confessione mediante una serie di torture che venivano descritte e illustrate con precisione e con razionamento scientifico. Nel 1776, dopo solo sette anni di applicazione, la Constitutio venne abrogata dall'illuminato Giuseppe II, figlio dell'Imperatrice.

 

L'ACCHIAPPACOLLO

 

Armi tipiche da sbirri o secondini. Queste armi si distinguono da analoghi strumenti di uso militare per la funzione specifica a cui erano dedicate: il controllo e la repressione di rivolte di prigionieri disarmati, spesso nudi o seminudi. In particolare è interessante l'acchiappa collo: praticamente un robusto anello con dei chiodi sporgenti all'interno e un'apertura a trappola nel frontale. Un prigioniero che cerca di nascondersi fra la folla può venire facilmente bloccato con questo arnese; una volta "preso per il collo" non può più liberarsi ed è costretto a seguire docilmente il suo carceriere. Viene usato ancor oggi in vari paesi del mondo, eventualmente aggiornato in versioni che producono scosse elettriche.

 

I VIOLONI DELLE COMARI 

Si tratta essenzialmente di una forma di tortura "blanda", con effetti soprattutto psicologici e "di immagine". Non si registrano infatti casi di menomazioni fisiche permanenti per l'uso di questo strumento. Questa pena veniva per lo più inflitta a persone colpevoli di calunnia e diffamazione. La vittima aveva le braccia bloccate ai polsi, all'interno delle due aperture più piccole, mentre il tutto veniva appeso al collo che era infilato nell'apertura maggiore. Così si otteneva una posizione di "preghiera". Possiamo comunque immaginare i terribili dolori, particolarmente ai gomiti, quando l'uso veniva prolungato anche per più giorni, creando inoltre problemi di carattere circolatorio.

 

FERRI DI TORTURA 

In abbinamento ai vari sistemi di tortura, venivano usati strumenti particolari per aumentare le sofferenze delle vittime ed accelerare le confessioni. Varie tenaglie e pinze dalle fogge più strane e bizzarre, spesso arroventate, erano lo strumento prediletto degli aguzzini per asportare brandelli di carne durante gli interrogatori. Alcune di queste, specialmente le più taglienti, servivano in modo particolare per mozzare la lingua ai condannati.

 

SEDIA DELLE STREGHE 

La sedia inquisitoria, comunemente detta sedia delle streghe, era un rimedio molto apprezzato per l'ostinato silenzio di talune indiziate di stregoneria. Tale attrezzo, pur universalmente diffuso, fu particolarmente sfruttato dagli inquisitori austriaci. La sedia era di varie dimensioni, diverse forge e fantasiose varianti; tutte comunque chiodate, fornite di manette o blocchi per immobilizzare la vittima ed, in svariati casi, aveva il pianale di seduta in ferro, così da poterlo arroventare. Riportiamo notizie di un processo dal quale risulta come l'uso di questo strumento potesse venir prolungato, sino a trasformarsi in vera e propria pena capitale. Nel 1693, a Gutenhag in Austria, si svolse il processo presieduto dal giudice Wolf von Lampertish, a carico della cinquantasettenne Maria Wukinetz indiziata del reato di strgoneria. La donna venne fatta sedere sulla sedia delle streghe per undici giorni ed undici notti consecutivamente, mentre, tramite l'uso di una piastra rovente (detta "Insletplaster"), le venivano bruciati i piedi. Maria Wukinetz decedette durante tali atroci torture, impazzita dal dolore, ma senza aver rilasciato alcuna confessione.

 

IL RAGNO DELLE STREGHE 

Il famigerato "ragno delle streghe" temutissimo da tutte le inquisite, era lo strumento principe per indurre alla confessione anche le imputate più risolute e tenaci. Questo attrezzo, ideato certamente dal cervello di un sadico, era riservato esclusivamente per le "accusate" di stregoneria e serviva, per lo più rovente, a dilaniare i seni, la schiena e le natiche.

 

LO SCHIACCIATESTA 

Questo strumento, di cui si hanno notizie già nel Medio Evo, pare che godesse di buona stima, specialmente nella Germania del Nord. I l suo funzionamento è molto semplice: il mento della vittima era posto su un supporto di legno o ferro, poi la calotta veniva abbassata a vite sulla testa; prima si spezzavano gli alveoli dentari, poi le mascelle, quindi avveniva la fuoriuscita della materia cerebrale attraverso la scatola cranica. Con l'andare del tempo questo strumento ha perso la sua funzione di morte ed ha assunto quella inquisitoria e di tortura. In taluni paesi dell'America Latina, uno strumento molto simile a questo è in uso ancor oggi, anche se la calotta e gli appoggi inferiori sono imbottiti di materiale morbidissimo, che non lascia segni visibili sulla carne della vittima, ma che trova quest'ultima pronta a collaborare dopo solo pochi giri di vite.

 

LA SCARPA ALSAZIANA 

Il piacere di complicarsi la vita porta gli antichi Inquisitori a ricorrere al lavoro dei più valenti artigiani per produrre sempre nuovi strumenti di contenzione. Sono decisamente stravaganti e probabilmente unici questi ceppi che, come dimostra la fotografia, hanno la funzione di imprigionare saldamente i piedi dell'inquisito, "legandolo" a un altro reo. Probabile provenienza, lasciandosi guidare dalla denominazione: Francia 16-17 mo secolo

 

BOCK O CAPRONE DELLE STREGHE 

Questo strumento, riservato per lo più ai sospetti di stregoneria o agli eretici, era realizzato in due diverse versioni. La prima consisteva in un blocco di legno a forma di piramide, mentre la seconda, meno letale, aveva l'aspetto di un cavalletto a costa tagliente. In ambedue i casi, l'indiziata veniva posta a cavalcioni di tale strumento sino a far penetrare la punta, nel primo caso, o lo spigolo nel secondo, direttamente nelle carni, squassando in modo spesso permanente, gli organi genitali. Quasi sempre poi venivano aggiunti dei pesi alle caviglie e sistemati scrupolosamente dei bracieri o delle fiaccole accese sotto ai piedi. Troviamo l'uso di tale strumento nei verbali di un processo tenutosi a Bormio (SO) in Italia, nel 1673 a carico di certa Maddalena Lazari, durante il quale l'imputata venne sottoposta, per quattro mesi, a vari sistemi di tortura, senza che venisse raggiunto alcun esito. Questo fino a che il Magnifico Consiglio non decise di condannarla ad una seduta sul bock, della durata di quindici ore, con possibilità di proroga in caso di mancata confessione. La proroga non fu necessaria, in quanto la Lazari, dopo avere resistito alle altre torture, cedette a questa confessando quanto le veniva imputato, dopo le prime tre ore di trattamento. Malgrado ciò subì il bock per altre cinque ore, durante le quali dovette confermare la sua prima "spontanea" confessione. In seguito venne condannata alla pena capitale mediante decapitazione, seguita dal rogo e dalla successiva dispersione delle ceneri.

 

IL SUPPLIZIO DEL TRONO 

Questo attrezzo consisteva in una specie di seggiola gogna, sarcasticamente definita "TRONO". L'imputata veniva posta in posizione capovolta, con i piedi bloccati nei ceppi di legno .Era questa una delle torture preferite da quei giudici che intendevano attenersi alla legge. Difatti la legislazione che regolamentava l'uso della tortura, prevedeva che si potesse effettuare una sola seduta, durante l'interrogatorio della sospetta. Malgrado ciò, la maggioranza degli inquisitori ovviava a questa normativa, definendo le successive applicazioni di tortura, come semplici continuazioni della prima. L'uso di questo strumento invece, permetteva di dichiarare una sola effettiva seduta, sorvolando sul fatto che questa fosse magari durata dieci giorni. Il "trono" , non lasciando segni permanenti sul corpo della vittima, si prestava particolarmente ad un uso prolungato. E' da notare che, talvolta, unicamente a questo supplizio, venivano effettuate, sulla presunta strega, anche le torture dell'acqua o dei ferri roventi.

 

I Crocifissi giudicanti

A rafforzare la teatralità dei giudizi d’Inquisizione, era divenuto di moda corredare i tribunali dell’immagine “animata” d’un crocifisso ligneo, in grandezza naturale, che doveva dominare la scena degli interrogatori e delle sentenze. La sua presenza sanciva gli atti dei giudici e soprattutto le condanne, con palesi cenni d’assenso del capo. Una funicella nascosta faceva annuire il manichino, grazie ad uno snodo del collo, ben dissimulato sotto la folta capigliatura. Capelli e barba, per rendere più verosimile l’aspetto della statua, erano veri, forniti dai barbieri, o dai becchini. 

Uno di questi crocifissi, con la testa snodata, fa oggi bella mostra di sé nell’abside della Pieve romanica di Viguzzolo, a pochi chilometri dalla città piemontese di Tortona.

Proviene da un vicino Monastero, probabilmente sede di un Tribunale dell’Inquisizione, che era collegato alla Pieve da un passaggio sotterraneo, del quale sono state ritrovate le tracce. Il crocifisso, dei primi anni del sec. XVII, è di legno, in “grandezza naturale”, elegantemente realizzato e decorato.

Un altro crocifisso a grandezza d’uomo è conservato su un altare dell’Abbazia cistercense di Morimondo, presso Abbiategrasso, nella valle del Ticino. Questo conserva tutta la folta capigliatura di capelli naturali, ma non è dato sapere, allo stato attuale, se abbia o avesse anch’esso la testa snodata, per assentire alle sentenze. Il gusto drammatico del barocco è qui reso evidente dalla capigliatura scarmigliata, ancor più accentuata dall’effetto teatrale dell’illuminazione moderna, che ne proietta l’ombra sulla volta soprastante.                          

Un terzo crocifisso a grandezza naturale era quello della pavese Confraternita di San Rocco, davanti al quale passavano le loro ultime ore, in preghiera, i condannati a morte. Questo crocifisso è conservato a Pavia, nella chiesa del Carmine, mentre la cappella, nella quale esso era esposto in origine, è oggi inserita in una libreria, insieme a tutta l’ex chiesa di San Rocco.     

Il grande crocifisso ligneo dei Domenicani di Sant’Eustorgio, a Milano, era ancora un’immagine tradizionale, medievale.

Lo studio dell’anatomia umana si sarebbe sviluppato attraverso il percorso analitico e scientifico, seguito dai grandi artisti del Rinascimento. Rivediamo ad esempio la drammatica analisi del corpo umano sviluppata nei due celebri crocifissi di Michelangelo: il più celebre studio anatomico, di misure ridotte e quello a grandezza quasi naturale, conservato a Firenze, a Santo Spirito.

Contemporaneamente, la logica della Controriforma contribuì a sviluppare il dramma della croce in un contesto di rappresentazione teatrale. L’immagine trasfigurata del crocifisso andò trasformandosi in una figura il più realistica possibile, per soddisfare il senso drammatico del popolo: la figura d’un testimone, d’un giudice consenziente a latere che avallasse le sentenze dei tribunali, soprattutto quelle capitali, col proprio consenso, tacito ma espresso per mezzo di cenni del capo, comandato “a strappo”.    

Un altro aspetto della teatralità, ammantata di realismo, che imperava nella realizzazione dei diorami dei Sacri Monti, sulle colline piemontesi e lombarde (per citare i principali: Varallo, Orta, Belmonte, Ossuccio, Domodossola, Crea, Varese). Dai diorami alle raffigurazioni “viventi” il passo è breve. Non è il caso qui di presentare l’elenco di tutte le “Passioni” sceneggiate, che si possono ammirare in Italia e per il mondo. Solo due foto, a titolo d’esempio: quella della Passione di Melito di Porto Salvo, in provincia di Reggio Calabria, e una plateale rappresentazione della crocifissione, come ancor oggi è riprodotta, nelle feste religiose delle Filippine. 

 

LISTA DI PERSONE ASSASSINATE IN VALLE.

 

NOME ANNO PROC. ORIGINE BARLOTTO SENTENZA TESTIMONI DEMONIO 1) Barbara d'Ughetti 1625 Grumo Grumascio Morte ?  Andrea d'Andrea Malvaglia Lucifele   lu. 25 agosto       Figlio e figlia             di sua sorella Vaneta                  2) Domenica Poma 1627 Malvaglia  Pianeza delli Monti Morte   Jacoma del Co Patrono di Giovanni e Jacomina lu. 26 aprile   fora sopra la buza             Parete Giaca - Malvaglia 16.05.1627  x tempeste Greiine di Malvaglia                     3)Fomia di Bosettollo 1627 Dangio Sacco Fugita Maffia Georgi   moglie di Bosettollo lu. 14 maggio   Oltera (Olivone) prigione  Niseii e bandita Riazo dominio di Degro 13.06.1627 Supra la Greina   Prato Sempraiiro  di fori a Sallo x tempeste:  montagne di Larescia Vedregio di Bresciana  4) Pietro Bosetti 1627 Dangio Pian di Pro Morte   Scarpono   ven. 18 giugno     9.07.1627  x tempeste:  al lago di Redigo 5) Cattalina Ughetti 1627 Lottigna Giù al noce nel piano Morte Fomia Bertono Lucifele di Tazagino lu. 22 giugno   di Lottigna (vicino 9.07.1627   Rasto   mulino di Bertoni)   (moroso) Sopra buzza di Biasca  Sopra bosco di Biasca  Nisseii Dotro (montagna) dominio di Olivone  (Dottero) 6)Jacopo Togno Fareii 1627 Simiono Ponte della Moesna Morte   Prosperina   ve. 16 luglio (Semione) buza di Biasca 2.08.1627 Navono Duno  Vala  Monte Cenere x tempeste: Tarce  (dominio di Corzoneso) Sopra la Grena  7) Giovanni Saratia 1627 Loren- Pont Casser Morte   Balzabuch chiamato al barlotto: lu. 5 luglio zaneso Tarco 9.07.1627   Sambela Floré     Vosabiino     (morosa)       (fora ad Alpignano)  Campagna di Pozo  Grumascio  Piaza di Torre             Piano Lottigna  x tempeste: montagna di Tarcho  Grena  8) Gioana 1631 Malvaglia Ponte (piano) no sentenza Giovanni Brazabenno Balzabub moglie di  mer. 23 luglio   Pont Casser 29.07.1631     Jacomo Pedretto     Piano Riceii   sua moglie   detto Pino x tempeste:  Ciono  Ozano   Dagro  9) Oliva Tognetti 1629   Crosetta Somprai  (croce di Somprai 10) Fomia 1630 Lavorceno   Jacometa   moglie di  ve. 7 giugno  moglie di Giovanni Minetti   Justino Baccello (Lavorceno) 11) Oliva Togneta 1630 Sallo Sallo   Giovanni Guidetto     ve. 7 giugno   (al loco di Croce)   Jacobus Asparro (Sallo)  Agnesa moglie di  Giovanni Cima  (detto Barino)    Pietro Farniolo (Sallo)  12) Margarita Pizotti   Lughiano 13) Lucia de Rosso 1649 Corzoneso  Caterina Veglio mar. 2 marzo14) Giovanni Saratia 1649   Sotto le cappelle  condannato Jacomo Cizzi Demonio de Ghegio 27.03.1649   (in forma di una giovine)   Rive Mesnigo  x tempeste:  Orosso  15) Carlo Mateo  1649 Corzoneso Campagna di  16.03.1649   Lucifet del Monico     Corzoneso     Catarina OMOSESSUALE  Piano Scaradra  Milano (sopra la piazza  del Duomo)  x tempeste: Orosso  16) Pietro Bruno 1649 Ghirone   Rilasciato     detto Sfozino lu. 2 agosto (Scalvedo (voleva insegnare il Pater in tedesco) 17) Gioana de Cima     x tempeste: Morte Isabetta m. di Sebastiano Tentament moglie di Pietro  Larecia 17.08.1649 Capestro di Torre (moroso) de Jacomo Andrea  Disera Castrara   Benvenuta Clerice m. di Antonio Vanetto Cavestro  di Torre   Margarita figlia di   Martina de Prato  18)Catarina d'Antonio 1649 Simiono Piano de Casinella condanna Fia d'Antonio Lucifero figlia di Jacomo lu. 9 agosto     Morte (sua amida)  fuggita probab. "gravida"   17.ago Monfreddo Gianora   di 2 mesi e mezzo  19) Carlo Guarino 1649 Corzoneso Rive de fiori de Piglié Morte Catarina Veglio Lucifero   Mesnigo 27.03.1649 Antonietta Ferrari         Rive   Carlo de Mate del Monico   Marzaro Saratia  x tempeste:   Tarco  20) Margarita de Gada 1650 Lottigna Mondadura Rilasciata Jacometta figlio di   m. di Jacomo Giardello     (montagna di Lottigna)   Bosino Menghetto  di Prugiasco  21) Jacomina Limona 1650 Campo Tarco Morte  sa. 8 gennaio   24.01.1650   Lucifero x tempeste: lago della Bianca 22) Catarina de Bolla 1650 Ponte  Marolta Rilasciata? Petro Valentino figlio di   figlia di    Valentino     Alberto di Ponto Valentino   Guglielmo Tempesta Margarita d'Enrico di  Castro e moglie di  Carlo de Prato di Torre   Giovanni Angelo Mariono  di Castro   Catarina d'Ughetti  di Castro 23) Carlo Ferrari 1650 Cumiasca Orino de Cavarchedo Morte Messer Giovanni figlio di Lucifero  ma. 25 gennaio  8.02.1650 Giovanni Pietro Veglio Isabetta x tempeste:   di Corzoneso (morosa)   Nara Messer Jacomo Cizzi di Corzoneso   24) Dominica Mengoni 1650 Malvaglia Monte Madra   Giovanni Sala figlio di   gio. 8 febbraio   alle casa de Madra   Pietro de Malvaia  Gioanna Tinalia moglie di  d'Antonio Pisano   di Malvaglia   Antonio figlio di  Giovanni Angelo   de Righino   Messer Giovanni Maria   Mengono figlio di  Martino di Malvaglia   25) Maria Mengono   Malvaglia Ganna condannata Giovanni Sala figlio di  Pontei nella bolla 1.03.1650 Pietro de Malvaia Gioanna Tinalia moglie di  d'Antonio Pisano di Malvaglia  Antonio figlio di  Giovanni Angelo de Righino  Messer Giovanni Maria  Mengono figlio di Martino di Malvaglia  26) Vanetta Solario 1650   Sasso di Bianeza Morte Anna Facenda Santo Martino moglie di lu. 31 gennaio   (sasso di Pianeza?) 1.03.1650   (moroso) Dominico Tognetta  di Sallo (Olivone) Rancheii  Sumprai  Gravida? Monte Sompraeir  x tempeste:  in Branzana   (loco delle Fornare)  *27) Dominica Pona  1627   Greiine di Malvaglia Morta Jacoma del Cò Patrono figlia di Giovanni lu. 26 aprile   Pianeza sul rogo  anni 15   *28) Stefano di Pollegio 1459   fuori dell'abitato    Benvenuta moglie di  sacerdote  di Pollegio   Antonio Lazzari  di Altirolo   * 29) Prevosto  Domenico Quattrino la sorella Vivenza   capo del Clero in Mesolcina e Calanca 1583   accusato da:  capo degli stregoni Carlo Borromeo  * = Gianni Mazzucchelli