1. gen, 2019

Verità-Viaggio nella Psiche Storica.

La verità bussa alla porta
e tu dici: 'Vai via, sto cercando la verità',
e così va via. Sconcertante.
E L’UOMO CREÒ I SUOI CREDI RELIGIOSI.
Riguardo al sentimento religioso alcuni pensano che sia sempre esistito fin dall'inizio dell’umanità. Questo fenomeno ha avuto un inizio, degli sviluppi ed al giorno d’oggi con l’aiuto fornito dalle scienze per comprendere certi fenomeni, un declino. Il percorso che ha portato al definirsi della specie Homo sapiens è stato lungo e tortuoso. Le tracce umane che possano far supporre una qualche religiosità, risalgono al Paleolitico superiore. Prima di questo periodo con ogni probabilità non vi era nulla che riguardasse la sfera religiosa. Nelle altre specie di animali non vi è nulla che abbia a che fare con il “religioso”; quindi il sentimento del sacro è un qualcosa che può essere stato posto in essere solo dalla razza umana. Esso seppur molto diffuso nei tempi antichi, non era tipico di tutti gli uomini essendo esistiti negli stessi periodi atei e scettici. Un’altra costatazione è che il modo di estrinsecare la “religiosità” cambia da soggetto a soggetto, da popolo a popolo e da epoca ad epoca. L’uomo ha creato e modificato le varie divinità a seconda della propria indole e convenienza.
Purtroppo i ritrovamenti dei reperti risalenti all'uomo primitivo non ci forniscono dati univoci e certi in quanto non supportati dalla scrittura o da altri materiali di facile interpretazione, quindi sul loro tipo di religiosità possiamo fare solo delle ipotesi. Per la formulazione di queste ipotesi è utile il confronto con usi e costumi di tribù che vivono in modo simile agli uomini primitivi, studiate dagli antropologi nei tempi più recenti. Unendo tutti questi materiali si possono formulare delle teorie circa la religiosità primitiva che inizialmente, non era né uniforme, né presente in tutte le aree geografiche del pianeta. Con i primi agglomerati umani che costituirono le prime città non vi sono tracce di edifici adibiti a culti religiosi. Con il nascere dei regni si definì la classe dei sacerdoti e le connotazioni delle varie divinità che spesso (soprattutto in oriente) si identificarono con il re. Da qui le costruzioni dei luoghi di culto ed il tramandare i concetti religiosi in maniera più unitaria. L’incontro tra culture, la costruzione di imperi hanno dato vita alle grandi religioni che a causa di diversi fattori hanno standardizzato le idee sul sacro; nonostante questa uniformazione, si può constatare una diversa interpretazione dei singoli individui sui dettami religiosi dovuti appunto, alle esperienze, all'indole ed alla percezione dicerti fenomeni da parte di ciascun essere umano.
Nelle nostre società grazie alla maggiore consapevolezza del funzionamento di certi meccanismi quali ad esempio le influenze della psicologia di massa, lo studio di certi fenomeni sia fisici che mentali, che forniscono spiegazioni se non certe, probabili, le verità dogmatiche tramandate automaticamente dalla religione hanno sempre meno valore, considerazione ed utilità nella vita associata.
IL DIO È NELLATESTA E NON NEL CUORE
Il cervello umano è frutto di un lungo percorso evolutivo che oltre ad innovazioni dovute all'adattamento, trascina con sé anche vecchi retaggi comportamentali. Infatti, nel nostro DNA si possono trovare tracce genetiche comuni ai nostri antichi antenati. La diversificazione che ha creato la varietà di esseri viventi sul nostro pianeta, ha comportato anche una specificazione di diverse funzioni del cervello. Così per esempio, un rospo percepisce un punto nero come una preda ed aziona la sua lingua per catturarla; l’apparato sensorio di questo anfibio è semplice e quindi anche facilmente ingannabile. Se proviamo ad utilizzare il telefono cellulare con il gioco dove appaiono le formiche da schiacciare, il rospo vedendo questi insetti virtuali cercherà di afferrarli con la sua lingua. Si pensi che certe funzioni addirittura cambino nella stessa specie a seconda dello stadio di sviluppo. Nell'uomo accade lo stesso. Per esempio un bambino di sei o sette mesi percepisce gli oggetti solo quando sono alla sua portata visiva. Un esperimento per confermare ciò, può essere facilmente compiuto, quando un bambino dell’età sopra specificata cerca di afferrare gli occhiali di chi lo tiene in braccio; basta che quest’ultimo li nasconda nella sua tasca anche sotto gli occhi dell’infante. Una volta compiuta questa operazione, il bimbo cesserà dal suo iniziale intento perché la sua percezione si limita agli oggetti che rientrano nella sfera della sua diretta percezione (quindi non andrà a cercarli nella tasca). Negli esseri umani adulti dove le funzioni sono più complesse, possono accadere anche dei fraintendimenti tra ciò che effettivamente è, e ciò che pensiamo che sia. I significati che l’uomo può dare ai fenomeni possono essere molteplici a seconda delle condizioni nelle quali sono stati percepiti od anche per le molteplicità interpretative utilizzate nelle nostre aree celebrali. Così un uccello migratore utilizza le stelle per orientarsi nel volo notturno, mentre l’uomo oltre a sfruttarle per lo stesso motivo (cosa che accadeva soprattutto tra gli uomini di mare prima dell’avvento delle tecnologie moderne), rimane anche estasiato dalla bellezza di un cielo stellato, lasciando sfogo all'immaginazione. Questa immaginazione a volte si trasforma in fantasia che falsifica la realtà (come nel caso degli oroscopi) od in culti religiosi (come nel caso della venerazione di Orione che era praticata in Beozia).
L’uomo nel corso della sua storia, oltre a subire retaggi arcaici ereditati geneticamente, ha vissuto per la gran parte del tempo con uno stile di vita che comportava la caccia e la raccolta, il che ha avuto ripercussioni anche sul suo sistema sociale. Tutto questo si è riversato anche nelle concezioni inerenti al sentimento religioso. Così alcune teorie hanno supposto che il dio o le divinità siano conseguenza dell’idealizzazione del “capobranco” e da qui le lotte presenti nelle mitologie per la supremazia, il ruolo di punitore degli ingiusti, e così via. Altri studi hanno teorizzato che il timore verso il sacro derivi da “fraintendimenti” dovuti a primitive funzioni che ancora influenzano i nostri comportamenti, come per esempio, la paura di un essere invisibile che ci controlla, riconducibile all'istinto di allarme che desta un rumore improvviso, come quello causato da un ramo spezzato, che in altri periodi storici del percorso evolutivo, era di fondamentale importanza per non essere predati da altri animali; e da qui tutti i credi che vedono segni divini in casualità o fraintendimenti legati a cose od accadimenti.
LA TRASMISSIONECULTURALE E LA RELIGIONE
Lo sviluppo di ogni essere umano è legato all'apprendimento. Vi sono certe abilità che se non si apprendono in un determinato periodo dello sviluppo, comportano gravi deficit nell'individuo. Così per quanto riguarda il linguaggio, studi scientifici hanno dimostrato che se da bambini non vi è nessuno che insegna loro a parlare, questi avranno gravi problemi di comunicazione per tutta la vita. Un esempio tipo è fornito da un esperimento effettuato da Federico II per la ricerca della lingua naturale; tale episodio trasmessoci da Salimbene da Parma (Cronica par. 1664-1665) narra che questo sovrano medioevale ordinò di allevare dei neonati senza l’uso della parola: il risultato fu che nessuno di questi imparò mai a parlare e tutti morirono prematuramente. Questo triste esperimento era volto a dimostrare l’eventuale esistenza di una lingua universale ed innata.
Riguardo alle religioni il contesto familiare e sociale è molto importante per la loro diffusione. Al contrario di certe abilità tipiche dell’uomo, se la religione non viene appresa, non comporta nessun deficit. Esempi in tal senso sono l’educazione atea ed i casi classici dei “bambini lupo” (per esempio Mowgli il cucciolo d’uomo allevato dai lupi del celebre racconto di Rudyard Kipling) cioè quelli cresciuti fuori dal gruppo sociale umano. Ciò dimostra che il sentimento religioso non è insito in ogni uomo e soprattutto che non è essenziale per lo sviluppo delle normali funzioni tipiche di un individuo sano.
Un ruolo di primaria importanza nella diffusione dei credi lo occupa la trasmissione culturale. Se sin da piccoli si è educati al rispetto di determinati dettami religiosi, vi è un’alta percentuale di diventare credenti o di avere idee generali tipiche di una determinata religione soprattutto, come avveniva in tempi passati, se non vi è una diffusione di idee critiche ed alternative, ma solo un’imposizione con metodi coercitivi, che in molte epoche comportavano l’isolamento sociale o addirittura la morte per chi non si allineava. Diversi studi hanno evidenziato l’importanza dell’educazione dei bambini nell’ambito del sacro. Così i bambini Boscimani Mrican, che fin da piccoli partecipano ai riti sciamanici, hanno molte più probabilità utilizzando certe tecniche, di entrare in estasi religiosa rispetto ai loro coetanei che vivono nei paesi industrializzati che non sono abituati ad assistere alle pratiche sciamaniche.
Il bambino non recepisce tutto automaticamente ed in maniera identica a chi lo educa; così ai nostri tempi nonostante molti abbiano ricevuto da piccoli un’educazione religiosa, crescendo sviluppano idee diverse ed in molti casi contrastanti con i dogmi religiosi. Addirittura in tempi passati sono state condotte ricerche che hanno dimostrato la presenza di persone scettiche, dissidenti e correnti scissioniste circa il pensiero religioso tramandato dalla cultura ufficiale. Così per esempio Brian Hayden ci racconta di aver scoperto che in una delle comunità più religiose, quella dei Maya che abitavano negli altopiani, era presente una straordinaria presenza di persone che si professavano agnostiche ed atee; circa il 10% delle persone non si curava dei rituali o delle credenze soprannaturali, mentre un altro 10-20% aveva abbandonato le loro credenze tradizionali a favore di nuovi sistemi di credenze proposte dei missionari che venivano da fuori. Un altro studio di Karl zikowitz (1951:321) ha riscontrato la stessa percentuale di atei ed agnostici in una popolazione molto remota e legata alla tradizione nel sud-est asiatico, quella dei Lamet. Invece, la studiosa Marie Reay (1959:131) ha osservato che nella cultura Kuma in Nuova Guinea, la maggior parte delle persone non avevano una conoscenza operativa delle proprie dottrine religiose o dei propri miti, anche se questi erano per loro accessibili, probabilmente a causa del loro disinteresse nei confronti di ciò che riguardava il sacro.
LE MOLTEPLICI VIE DELLA PSICHE UMANA
Il cervello umano reagisce a miliardi di input sia esterni che interni rielaborandoli in svariati modi. Ciò ha anche creato percezioni fallaci non corrispondenti alla realtà. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che la reazione inquadrata nel sentimento della paura, a seguito di un rumore improvviso, sia frutto di un meccanismo di sopravvivenza che ha la funzione di rendere l’uomo allerta su un eventuale pericolo; così il rumore causato da un ramo che si spezza desta allerta perché quel rumore può essere causato da un predatore che si avvicina. Questo sistema di “allarme” insito nel nostro cervello può avere contribuito alla nascita del sentimento religioso riguardo al timore di un essere invisibile identificato per esempio in uno spirito o in un dio. Stazio nella sua opera intitolata Tebaide, libro III verso 661, affermò: «Primusin orbe Deos fecit timor». La paura primariamente creò nel mondo gli dei.
È necessario fare una distinzione tra funzionamento del cervello, che è uguale in tutti gli uomini, e mente che invece è differente da soggetto a soggetto. La psicologia ha svelato l’origine di malattie della mente che non solo influiscono sulla percezione errata della realtà, ma anche incidono sul buon funzionamento delle funzioni corporee. Certe malattie psicologiche non manifestano alcuni sintomi al livello fisico, così gli esami condotti dai medici non rivelano lesioni ai tessuti od agli organi che appaiono sani. Per esempio nella catalessi il soggetto rimane immobile senza che vi siano lesioni ai muscoli ed in certi casi ai nervi; questa patologia può guarire (oltre con le opportune cure) per uno shock emotivo. Questo può costituire una delle spiegazioni della nascita di concetti illogici come la grazia ricevuta dal dio, un pellegrinaggio in un luogo sacro andato a buon fine ed altre esternazioni che rientrano nella categoria dei miracoli.
Le malattie psicologiche e non, in passato ed in misura minore ancor ora, destano stupore e paura.
Già Ippocrate padre della medicina occidentale, parlò dell’epilessia come di una malattia; ai suoi tempi veniva chiamata “morbo sacro”, appunto perla meraviglia e l’inquietudine che i sintomi e le manifestazioni di tale patologia generavano nella gente. Ecco riportato un breve trattato attribuito allo stesso medico greco: “Sulla malattia cosiddetta sacra i fatti stanno così. Essa non è, a mio parere, per nulla più divina o sacra delle altre malattie, ma essa ha la stessa natura da cui provengono anche le altre. Mai gli uomini credettero che la sua natura e la sua causa fossero alcunché di divino per inesperienza e per la natura straordinaria, perché non somiglia affatto alle altre malattie. E mentre questa convinzione è conservata per la difficoltà che essi hanno a conoscere il divino, è confutata dalla facilità del sistema di cura che adottano, in quanto la curano con purificazioni e incantesimi. Ma se la si vorrà credere divina a causa della sua natura straordinaria, le malattie sacre saranno parecchie e non una sola, perché io dimostrerò che ce ne sono altre non meno straordinarie né prodigiose, che nessuno crede divine. Così ad esempio mi sembra che le febbri quotidiane e terzane e quartane non siano meno sacre e di origine meno divina di questa malattia, eppure nessuno le considera straordinarie. Io credo che i primi che hanno definito sacra questa malattia siano uomini come ancor oggi ve ne sono, maghi e purificatori e ciarlatani e imbroglioni, gente che si dà anche l’aria di essere molto pia e di saperla più lunga degli altri. Costoro dunque, ammantandosi del divino e mettendolo avanti come pretesto della loro incapacità di trovare qualche rimedio che, somministrato, potesse dar giovamento, e anche per non essere smascherati come ignoranti, definirono sacra questa affezione; e dopo aver inventato una storia appropriata, adottarono un sistema di cura che garantisse la loro personale sicurezza, somministrando purificazioni e incantesimi. Ma certo responsabile di questa affezione, come anche delle altre malattie più gravi, è il cervello.

Quanto conoscete della PAROLA Religione?
Due cose sono infinite: l'universo e la stupidità umana, ma riguardo l'universo ho ancora dei dubbi. (Albert Einstein).
Parlare di una cosa che mi ha sempre disgustato ovvero la ricchezza della chiesa, non ho mai sopportato il lusso in cui vivono molti cardinali, vescovi e simili e le sante che grazie a questa ricchezza vengono riempite di diamanti e metalli preziosi, penso farebbe schifo anche a loro. La chiesa dice di essere generosi agli altri ma poi tiene tutte quasi tutte le ricchezze per se e dice ai suoi fedeli che il denaro non è importante e quindi di donarlo alla chiesa .
Sbaglio o anche Gesù era contro a simili ricchezze?...
A partire dal '700, con lo svilupparsi del moderno metodo storico-critico, sono comparsi numerosi studi volti a valutare l'effettiva attendibilità storica dei vangeli e a ricostruire il reale Gesù storico. Le varie correnti di pensiero possono essere raggruppate con larga approssimazione in quattro filoni principali, qui elencati progressivamente da una maggiore auna minore pretesa di storicità:
* Secondo alcuni studiosi e confessioni cristiane di stampo fondamentalista (tra le quali i Testimoni di Geova e la cattolica Scuola esegetica di Madrid) i vangeli rappresentano dei fedeli resoconti storici della vita e dell'operato di Gesù. Eventuali discordanze interne tra i racconti evangelici o con fonti storiche extra-cristiane, a un esame approfonditopossono essere spiegate e appianate in vario modo.
* Secondo la Chiesa Cattolica e la maggior parte delle chiese protestanti, le quali non accettano la completa inerranza biblica, i vangeli non sono vere e proprie biografie di genere storico, ma sono racconti principalmente teologici fondati comunque su solide basi storiche, redatti dalla Chiesa del I secolo col non secondario intento di dare una risposta alle situazioni problematiche che si trovava ad affrontare (Sitz im Leben, situazione di vita).
* Secondo molti storici non cristiani e alcuni teologi e biblisti cristiani, seppure caratterizzati da notevoli differenze nei presupposti e nelle conclusioni della ricerca, le fonti evangeliche non sarebbero totalmente attendibili: sarebbe perciò effettivamente esistito all'inizio del I secolo un predicatore ebreo itinerante chiamato Gesù, nome comunissimo all'epoca: un uomo fenomenale e di grande levatura morale, secondo alcuni un Esseno o un Nazireo, senza alcun attributo divino, e che avrebbe terminato fallimentarmente in croce la sua esistenza. La comunità dei suoi credenti, delusa per il suo fallimento, lo avrebbe poi divinizzato ed esaltato attribuendogli miracoli e prodigi, in primis la risurrezione. Per risalire al vero Gesù storico occorre pertanto 'demitizzare' i vangeli, privandoli delle aggiunte e reinterpretazioni attuate dai suoi fedeli. La codetta" corrente storica" sostiene quindi che ad un uomo, probabilmente esistito, sono stati attribuiti poteri e fatti straordinari: Gesù quindi sarebbe" un uomo trasformato in un dio".
* Altri studiosi privano di qualunque valore storico i vangeli, negando spesso la stessa esistenza storica di Gesù, relegandolo alla sfera del mito. La cosiddetta "corrente mitica" ritiene quindi che, all'opposto della corrente storica, Gesù sarebbe "un dio trasformato in un uomo": leggende e miti preesistenti all'anno zero sarebbero quindi stati applicate ad un predicatore ebreo in realtà mai esistito.
Queste ultime due correnti in particolare, hanno anche molti punti in comune: per esempio entrambe sostengono che l'operazione di" divinizzazione" di Gesù si sarebbe avuta grazie all'operazione di alcuni gruppi di fanatici cristiani, e in epoca successiva ai fatti narrati, ovvero intorno al II secolo d.C., una volta defunto ogni possibile testimone oculare dell'accaduto. Punti forti sui quali si basano le teorie di entrambe le correnti sono le vere o presunte tali contraddizioni tra i quattro vangeli e la mancanza di prove storiche e/o archeologiche su alcuni luoghi, eventi e personaggi citati nel Nuovo Testamento.
Cosa è la Religione a Parte quella di Essere una Grande Manipolazione Mentale Falsa e Ambigua?
Il termine religione deriva dal latino relìgio, la cui etimologia non è del tutto chiarita.
Secondo Cicerone (106 a.C.-43 a.C.), la parola originerebbe dal verbo relegere, ossia "ripercorrere" o "rileggere", intendendo una riconsiderazione diligente di ciò che riguarda il culto degli dei[1]:
(LA)
« qui autem omnia quae ad cultum deorum pertinerentdiligenter retractarent et tamquam relegerent, sunt dicti religiosi exrelegendo, ut elegantes ex eligendo, diligendo diligentes, ex intelligendointelligentes »
(IT)
« invece coloro che riconsideravano con cura e, per così dire, ripercorrevano tutto ciò che riguarda il culto degli dei furono detti religiosi da relegere, come elegante deriva da eligere (scegliere), diligente da diligere (prendersi cura di), intelligente da intelligere (comprendere) »
(Cicerone. De natura deorum II, 28; traduzione in italiano di Cesare Marco Calcante in Cicerone. La natura divina. Milano, Rizzoli, 2007,pagg. 214-5)
Jean Paulhan evidenzia come Lucrezio fece invece derivare religio dalla radice di re-ligare, nel significato «dei legami che uniscono gli uomini a certe pratiche»[1] – derivazione che fu poi ritenuta tale anche da Lattanzio e Servio (però col significato di «legarsi nei confronti degli dei»[2]). Secondo Michael von Albrecht, da essa, poiché verbo contrario all'idea di liberazione, Lucrezio ne derivò il significato negativo, del quale è: «molto grafica l’espressione religione refrenatus (5, 114), che rispecchiale inibizioni al pensiero filosofico causate dal paganesimo: l’uomo è trattenuto, impedito, essendo le sue mani letteralmente "legate dietro la schiena"». Inoltre «parla spesso dei “nodi stretti” [...] della religio, dai quali Epicuro avrebbe liberato l’umanità».[3] [4] Un significato simile le aveva attribuito lo storico greco Polibio, dando alla religione, ma con particolare riguardo alla tradizione e ai costumi dei Romani, il senso di un instrumentum regni.[5] Nello specifico Lattanzio (250-327), che fu ripreso anche da Agostino d'Ippona (354-430)[6], correggendo Cicerone, sostiene:
(LA)
« Hoc vinculo pietatis obstiicti Deo et religati sumus ;unde ipsa religio nomen accepit, non ut Cicero interpretatus est, a relegendo.»
(IT)
« Con questo vincolo di pietà siamo stretti e legati(religati) a Dio: da ciò prese nome religio, e non secondo l'interpretazione di Cicerone, da relegendo. »
(Lattanzio. Divinae institutiones IV, 28. Traduzione diGiovanni Filoramo. Le scienze delle religioni. Brescia, Morcelliana, 1997,pag.286)
Così lo studioso Luigi Alici (1950-) mette a confronto la lettura etimologica offerta da Agostino in De civitate Dei X,3, che si richiama a Cicerone, con quella di Lattanzio il quale "preferisce insistere sull'idea primitiva di 'ciò che lega' di fronte agli dei":
« tale legame sarebbe pure indicato dall'uso simbolico delle vitae, cioè delle bende con cui si coprivano il capo i sacerdoti »
(Luigi Alici. Nota 5 in Agostino. La città di Dio. Milano, Bompiani, 2004, pag.462)
Tuttavia lo storico delle religioni italiano Enrico Montanari (1942-) osserva che:
« Etimologicamente, religio non deriva da religare ('legarsi faccia a faccia con gli dei'): questa interpretazione, di fonte cristiana(Lattanzio), fu attribuita agli antichi, ma sulla base del nuovo culto monoteistico. »
(Enrico Montanari. Roma. Il concetto di "religio"a Roma. In Dizionario delle religioni (a cura di Giovanni Filoramo). Torino, Einaudi, 1993, pag.642)
Quindi, per Enrico Montanari, l'origine del termine "religione" è da ricercarsi nella coppia dei termini religere/relegere intesi come "raccogliere nuovamente", "rileggere"[7] osservare "con scrupolo e coscienziosità l'esecuzione di un atto"[8] e quindi eseguire con attenzione l'"atto religioso". Furono i primi teologi cristiani, nel IV secolo, a rovesciare il significato originario del termine per collegarlo al nuovo credo[9].
Allo stesso modo osservò Gerardus van der Leeuw (1890-1950)che coniando l'espressione homo religiosus lo oppose all'homo negligens:
« Possiamo quindi intendere la definizione del giurista Masurio Sabino: religiosus est, quod propter sanctitatem aliquam remotum acsepistum a nobis est. Ecco precisamente in che cosa consiste il sacro. Usargli sempre debiti riguardi: è questo l'elemento principale della relazione fra l'uomo e lo straordinario. L'etimologia più verosimile fa derivare la parola religio da relegere, osservare, stare attenti; homo religiosus è il contrariodi homo negligens. »
(Gerardus van der Leeuw. Phanomenologie der Religion (1933).In italiano: Gerardus van der Leeuw. Fenomenologia della religione. Torino, Boringhieri, 2002, pag.30)
Definizione[modifica | modifica wikitesto]
Storia della definizione e della nozione di "religione" in Occidente.
Definizione e nozione di "religione" nella cultura religiosa greca.
Il termine che nella lingua greca moderna indica la "religione" è θρησκεία (thrēskeia). Tale termine è collegato aθρησκός (thrēskos; "pio", "timoroso di Dio"). Quindi anche se nella cultura religiosa greco-antica non esisteva un termine che riassumesse quello che noi intendiamo oggi per "religione"[10], thrēskeia[11]possedeva tuttavia un ruolo e un significato precisi[12]: indicava la modalità formale con cui andava celebrato il culto a favore degli dei[13]. Scopo del culto religioso greco era infatti quello di mantenere la concordia con gli dei: non celebrare loro il culto significava provocarne l'ira, da qui il "timore della divinità" (θρησκός) che lo stesso culto provocava in quanto connesso con la dimensione del sacro.
Definizione e nozione di "religione" nella cultura religiosa romana .
Monaci manichei intenti a copiare testi sacri, con un'iscrizione in sogdiano (manoscritto da Khocho, Bacino del Tarim). Il manicheismo fu una religione perseguitata, al pari di altre, nell'Impero romano in quanto contrastava con il mos maiorum.
La concezione romana di "religione" (religio)corrisponde alla cura nei confronti dell'esecuzione del rito a favore degli dei, rito che, per tradizione, va ripetuto finché non risulti correttamente eseguito. In questo senso i romani collegavano al termine di "religione" un senso di timore nei confronti della sfera del sacro, sfera propria del rito e quindi della religione stessa[15].
In un ambito più aperto i romani accoglievano comunque tutti i riti che non contrastassero con il mos maiorum dei tradizionali riti religiosi, ovvero con il costume degli antenati. Quando nuovi riti, e quindi novae religiones, venivano a contrastare con il mos maiorum questi venivano proibiti: fu il caso, ad esempio e di volta in volta, delle religioni ebraica, cristiana, manichea e dei riti bacchanalia.
La prima definizione del termine "religione ",ovvero del suo originario termine latino religio, la dobbiamo a Cicerone il quale nel De inventione così la esprime:
(LA)
« Religio est, quae superioris naturae, quam divinam vocant,curam caerimoniamque effert »
(IT)
« Religio è tutto ciò che riguarda la cura e la venerazione rivolti ad un essere superiore la cui natura definiamo divina »
(Cicerone. De inventione. II,161)
Con l'epicureo Lucrezio (98 a.C.-55 a.C.) si affaccia una prima critica alla nozione di religione intesa qui come un elemento ches ottomette l'uomo per mezzo della paura e da cui il filosofo deve liberarsi[17]:
(LA)
« Humana ante oculos foede cum vita iacere in terrisoppressa gravi sub religione quae caput a caeli regionibus ostendebat horribilisuper aspectu mortalibus istans, primum Graius homo mortalis tollere contra estoculos ausus primusque obsistere contra »
(IT)
« La vita umana giaceva sulla terra alla vista di tutti turpemente schiacciata dall'opprimente religione, che mostrava il capo dalle regioni celesti, con orribile faccia incombendo dall'alto sui mortali. Un uomo greco[18] per la prima volta osò levare contro di lei gli occhi mortali, e per primo resistere contro di lei. »
(Lucrezio. De rerum natura I,62-7. Traduzione di Francesco Giancotti in Lucrezio. La natura. Milano, Garzanti, 2006, pag. 4-5)
(LA)
« primum quod magnis doceo de rebus et artis religionum animumnodis exsolvere pergo »
(IT)
« prima di tutto in quanto grandi cose insegno, e tento disciogliere l'animo dai nodi stretti della religione »
(Lucrezio. De rerum natura I,932)
Definizione e nozione di "religione" nell'Occidente cristiano

Massacre saint Barthelemy di François Dubois (1529–1584)conservato presso il Musée cantonal des Beaux-Arts di Losanna. A seguito dei massacri provocati dalle Guerre di religione i pensatori francesi del XVII secolo misero in dubbio la sovrapposizione delle nozioni di civiltà e religione fino a quel momento in vigore.
Ebrei in preghiera il giorno dello Yom Kippur, opera di Maurycy Gottlieb (1856–1879). Nell'Occidente cristiano, l'Ebraismo, come l'Islam, verrà indicato come una religione solo a partire dal XVII secolo.
Le prime comunità cristiane non utilizzarono il termine religio per indicare le proprie credenze e pratiche religiose[19]. Con il tempo, tuttavia, diffusamente a partire dal IV secolo, il Cristianesimo adottò tale termine nell'accezione indicata da Lattanzio, individuandone l'unicità in quanto la "religione" era l'unica via di salvezza per l'uomo.
La relazione tra religio cristiana e quelle dei culti o delle "filosofie" precedenti fu variamente interpretata dagli esegeti cristiani. Giustino di Nablus (II secolo)[20], ma anche Clemente Alessandrino e Origene, sostennero che partecipando tutti gli uomini al "Verbo" coloro che tra questi vissero secondo "ragione" erano comunque dei cristiani[21]. Con Tertulliano (III secolo) la prospettiva cambiò e le differenze tra mondo "antico" e il mondo dopo la "rivelazione" cristiana furono decisamente accentuate.
Con Agostino d'Ippona (354-430), ma già precedentemente con Basilio, Gregorio Nazianzeno e Gregorio di Nissa, il pensiero platonico rappresentò per i teologi cristiani un esempio della comprensibilità di cosa fosse la vera "religione".
Rispetto ai significati del termine "religione "nel mondo cristiano, lo storico delle religioni svizzero Michel Despland osserva che:
« Diventato cristiano l'Impero, si trovano presso i cristiani tre accezioni della parola. La religione è un ordine pubblico mantenuto dall'imperatore cristiano che instaura sulla terra la legislazione voluta da Dio (idea imperiale). Può anche essere l'eros dell'anima individuale verso Dio (idea mistica). Infine religio può designare la disciplina propria ai battezzati che hanno fatto voto di perfezione e sono diventati eremiti ocenobiti (Monachesimo). »
(Michel Despland. Religione. Storia dell'idea in Occidente, in Dictrionnaire des Religions (a cura di Jacques Vidal). Parigi, Presses universitaires de France, 1984. In italiano: Dizionario delle religioni. Milano, Mondadori, 2007, pag. 1539 e segg.)
Quindi se inizialmente il termine "religione" è assegnato esclusivamente agli ordini religiosi[23], a partire dalla Francia il termine accoglie dapprima anche quei pellegrini o cavalieri che se ne mostrano degni attraverso il mantenimento dei loro voti, poi i mercanti onesti e gli sposi fedeli, aprendo così il termine all'intero mondo laicale che osserva con scrupolo i precetti della Chiesa.
Con la Scolastica la "religione" venne collocata tra le "virtù morali" inserite nella "giustizia" in quanto essa rende a Dio l'onore e l'attenzione che gli sono "dovuti" esprimendosi con atti esteriori, come la liturgia o il voto, ed atti interiori, come la preghiera o la devozione.
Infine il termine "religione" diviene sinonimo di "civiltà". Con la Riforma protestante a partire dal XVI secolo il termine "religione" è assegnato a due confessioni cristiane distinte, e solo con il XVII secolo l'Ebraismo e l'Islam saranno considerate "religioni".

Le Guerre di religione del XVI secolo provocarono in Francia l'abbandono dell'idea che il termine "religione" potesse essere sovrapponibile a quello di civiltà e, ad incominciare dal XVII secolo, alcuni intellettuali francesi avviarono una critica serrata al valore stesso della religione.
« Vive forze nazionali si risvegliano e insorgono contro l'adattamento compiuto dopo le guerre di religione. Da allora la religione è vista come riguardante un'autorità oppressiva, la fede come una credenza poco ragionevole, anzi quasi irragionevole. In Francia, le intelligenze cominciano a preferire la civiltà alla religione. E c'è la tendenza a credere che quanto l'uomo più si civilizzerà tanto meno sarà incline alla religione. »
(Michel Despland. Op.cit.)
"Razionalità" e "religione" nell'Occidente moderno e contemporaneo
A partire dal XVII secolo, la Modernità attribuisce valore supremo alla razionalità affrontando con questo strumento conoscitivo anche l'alveo della religione che così viene sottoposto al suo esame.
Se da una parte autori come Gottfried Wilhelm von Leibniz(1645-1716) e Nicolas Malebranche (1638-1715) dopo l'analisi razionale esaltarono i valori religiosi, altri, come ad esempio John Locke (1632-1704) o Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), utilizzarono la "ragione" per spogliare la "religione" dei suoi contenuti non giustificabili razionalmente.
Altri autori, come l'irlandese John Toland (1670-1722) o il francese Voltaire (1694-1778) furono propugnatori del deismo, un lettura decisamente razionalista della religione.
Con David Hume (1711-1776) vi fu un rifiuto dei contenuti razionali della religione, nell'insieme considerata un fenomeno del tutto irrazionale, nato dai timori propri dell'uomo nei confronti dell'universo. Partendo dal giudizio di "irrazionalismo" della religione, in Occidente, con ad esempio Julien Offray de La Mettrie (1709-1751) o Claude-Adrien Helvétius (1715-1771), si affacciarono le prime critiche radicali alla religione che portarono all'affermazione dell'ateismo.
In questo ambito Paul Henri Thiry d'Holbach (1723-1789)giunse a sostenere che:
« L'idea di un Dio terribile, raffigurato come un despota, ha dovuto rendere inevitabilmente malvagi i suoi sudditi. La paura non crea che schiavi che credono che tutto divenga lecito quando si tratta o di guadagnarsi la benevolenza del loro Signore, o di sottrarsi ai suoi temuti castighi. La nozione di un Dio-tiranno non può produrre che schiavi meschini, infelici, rissosi, intolleranti. »
(Holbach, Il buon senso, a cura di S. Timpanaro, Garzanti1985, p.150)
Termini e definizioni di "religione" nelle culturenon occidentali .
Nelle culture non occidentali il termine "religione" viene reso con termini che non hanno la stessa etimologia latina. Così, se in Occidente, fatto salvo la lingua greca, il termine "religione" ha ovunque origine dal latino religio, l'etimologia del termine ebraico origina invece da un termine proprio dell'antico persiano, allo stesso modo l'arabo dove il termine "religione" origina dall'avestico. Nelle lingue del Subcontinente indiano invece il termine "religione" viene reso con termini di origine sanscrita e, in Estremo Oriente, con termini di origine cinese.

Il termine "religione" nelle culture del Vicino e Medio Oriente
In lingua ebraica il termine occidentale "religione" viene reso come דת(alfabeto ebraico) traslitterato in caratteri latini come dath.
Tale termine compare alcune volte nel Tanakh, così nel Libro di Ester
(HE)
« ויאמרהמלך להעשות כן ותנתןדת בשושן ואת עשרתבני המן תלו »
(IT)
« Il re ordinò che così fosse fatto. Il decreto (dath) fu promulgato a Susa. I dieci figli di Amàn furono appesi al palo. »
(Libro di Ester, IX,14)
In questo verso דת(dath) sta per "editto", "legge", "decreto". L'ebraico dath deriva dall'avestico e dall'antico persiano dāta[27].
Il termine avestico dāta possiede in quella lingua sempre il significato di "legge" o di "legge di Ahura Mazdā"[28],ovvero legge del Dio unico e supremo dello Zoroastrismo.
(AVE)
« ahmya zaothre baresmanaêca mãthrem speñtem ashhvarenanghemâyese ýeshti, dâtem vîdôyûm âyese ýeshti, dâtem zarathushtri âyese ýeshti,darekhãm upayanãm âyese ýeshti, daênãm vanguhîm mâzdayasnîm âyese ýeshti. »
(IT)
« Con questo zaothra e baresman desidero questo Yasna per il generoso Manthra, il più glorioso e lo desidero per Dāta, la Legge, la più gloriosa, santificata Aša, istituita contro i daēva, e per la legge insegnata da Zarathuštra. Desidero, questo Yasna, per Upayana, l'antica tradizione mazdea, e per Daēna, la santa religione mazdea. »
(Avestā II, 13. Traduzione di Arnaldo Alberti, in Avestā. Torino, UTET, 2008, pag.96)
In lingua araba il termine occidentale "religione" viene reso come دين(alfabeto arabo) traslitterato in caratteri latini come dīn.
(AR)
« الْيَوْمَأَكْمَلْتُ لَكُمْ دِينَكُمْ وَأَتْمَمْتُعَلَيْكُمْ نِعْمَتِي وَرَضِيتُ لَكُمُ الإِسْلاَمَ دِيناً »
(IT)
« Oggi ho perfezionato la vostra religione ( dīn) compiendo per voi il mio beneficio e ho scelto per voi l'Islam come religione ( dīn) »
(Corano V,3)
Il termine arabo dīn deriva dal medio persiano dēn[29].
In lingua persiana il termine occidentale "religione" viene reso come دین(alfabeto arabo-persiano) traslitterato in caratteri latini come dīn.
Tale termine deriva dal termine medio persiano dēn che, asua volta, deriva dall'avestico daēnā che in quella antica lingua significa "religione" intesa come splendore, luminosità di Ahura Mazdā. Daēnā asua volta proviene, nella medesima lingua, dalla radice dāy (vedere).
(AVE)
« nivaêdhayemi hañkârayemi mãthrahe speñtahe ashaonôverezyanguhahe dâtahe vîdaêvahe dâtahe zarathushtrôish darekhayå upayanayådaênayå vanghuyå mâzdayasnôish »
(IT)
« Annuncio e celebro in lode del benefico ed efficace Manthra, ašavan, rivelazione contro i daēva; rivelazione che viene da Zarathuštra, e in lode di Daēna, la buona religione mazdea, che ha un'antica Tradizione »
(Avestā I, 13. Traduzione di Arnaldo Alberti, in Avestā. Torino, UTET, 2008, pag.92)
Il termine "religione" nelle culture del Subcontinente indiano
La bandiera dell'India. Al centro della bandiera è collocato, raffigurato in blu, il Cakra di Aśoka ovvero il sigillo che compare negli editti promulgati dall'imperatore indiano Aśoka (304-232 a.C.) e che rappresenta il Dharmacakra, la "Ruota del Dharma".
Nella lingua hindi, la lingua ufficiale e più diffusa dell'India, il termine occidentale "religione" viene reso come धर्म (alfabeto devanāgarī) traslitterato in caratteri latini come Dharma.
« È abbastanza difficile trovare un'unica parola nell'area dell'Asia meridionale che denoti ciò che in italiano è definito "religione", un termine effettivamente piuttosto vago e dall'ampio raggio semantico. Forse il termine più appropriato potrebbe essere il sanscrito dharma, traducibile in diversi modi, tutti pertinenti alle idee e alle pratiche religiose indiane »
(William K. Mahony. Induismo, "Enciclopedia delle Religioni" vol. 9: "Dharma induista". Milano, Jaca Book, 2006,pag.99)
Gianluca Magi precisa tuttavia che il termine Dharma
« è più ampio e complesso di quello cristiano di religione e, dall'altro, meno giuridico delle attuali concezioni occidentali di "dovere" o di "norma", poiché privilegia la consapevolezza e la libertà piuttosto che il concetto di religio od obbligo »
(in Dharma, "Enciclopedia filosofica" vol.3.Milano, Bompiani, 2006, pag. 2786)
Il termine Dharma (धर्म)è usato nella maggior parte delle religioni di origine indiana per indicare tali contesti religiosi: Induismo (सनातनधर्म Sanātana Dharma), Buddhismo (बौद्ध धर्मBuddha Dharma), Jainismo (जैन धर्म Jain Dharma) e Sikhismo (सिख धर्मSikh Dharma).

Ma anche per indicare le religioni occidentali come l'Ebraismo (यहूदी धर्म, Dharma ebraico) o il Cristianesimo (ईसाई धर्म,Dharma cristiano)
Il termine Dharma deriva dalla radice sanscrita dhṛ traducibile in italiano come "fornire una base", ovvero come "fondamento della realtà", "verità", "obbligo morale", "giusto", "come le cose sono" oppure "come le cose dovrebbero essere".
(SA)
« Ṛtasya gopāv adhi tiṣṭhatho rathaṃ satyadharmāṇā paramevyomani
yam atra mitrāvaruṇāvatho yuvaṃ tasmai vṛṣṭir madhumatpinvate divaḥ »
(IT)
« O guardiani dell'ordine cosmico (Ṛta), o Dei le cui leggi(Dharma) sono sempre realizzate, voi salite sul vasto carro del cielo più alto; a chi, Mitra e Varuṇa, mostrate il vostro favore, la pioggia del cielo dona abbondanza di miele »
(Ṛgveda, V 63,1 a-c)
Il termine "religione" nelle culture dell'Estremo Oriente.
三教一教sānjiào yījiào Tre religioni (insegnamenti) una religione (insegnamento).Confucio (孔丘Kǒng Qiū) e Lǎozǐ (老子)proteggono il Buddha Śākyamuni (釋迦牟尼 Shìjiāmóuní) infante. Rotolo dipinto su seta, Dinastia Ming (1368-1644) conservato presso il British Museum di Londra.
Scrittura oracolare su ossa, all'origine del carattere cinese 子( zǐ, bambino). Il carattere cinese che indica la singola "religione" è 教 (jiào).Esso si compone del carattere di 子 ( zǐ, bambino) e del carattere 父 ( fu, padre severo che regge un bastone), il tutto ad indicare l'insegnamento.
In lingua cinese il termine occidentale "religione" viene reso come 宗教, traslitterato in caratteri latini in zōngjiào (Wade-Giles tsung-chiao).
Da questa lingua il termine religione (宗教) viene così reso nelle altre lingue estremo-orientali in:
lingua giapponese 宗教 shūkyō;
lingua coreana 종교 jonggyo
lingua vietnamita tôn giáo.
In lingua cinese 教 (jiào) rende anche il khotanese deśanā a sua volta resa del sanscrito deśayati (causativo del verbo di III cl. diś:"mostrare", "assegnare", "esibire", "rivelare") e anche il sanscrito śāsana (insegnamento).

Il carattere 教 è formato da 子 ( zǐ, bambino, dove la figura stilizzata è avvolta in fasce e agita le braccia), 父 ( fu, padre, dove la figura stilizzata regge un bastone ad indicare una figura severa).
Mentre 宗(zōng) indica "scuola", "tradizione acclarata", "religione" quindi 宗教 "insegnamento di una tradizione acclarata/religione".
Il carattere cinese 宗 (zōng) è formato dai caratteri 宀 (mián, tetto di un edificio)e 示 ( shì "altare" oggi nel significato di "mostrare") a sua volta composto da 丁(altare primitivo) con ai lati 丶 (gocce di sangue o di libagioni); il tutto a significare "edificio che contiene un altare".
Le singole religioni vengono indicate dal nome che le caratterizza seguite dal carattere 教 (jiào): Buddhismo 佛教 (Fójiào da 佛 Fó Buddha), Confucianesimo 儒教 (Rújiào,da 儒 Rú, letterato confuciano), Daoismo 道教 (Dàojiào da 道 Dào) Cristianesimo 基督教 (Jīdūjiāo da 基督 JīdūCristo), Ebraismo 犹太教( Yóutàijiào da 犹太Yóutài Giuda), Islam (伊斯兰教Yīsīlánjiāo da 伊斯兰Yīsīlán Islām).
Definizione e spiegazione del fenomeno religioso nelle scienze delle religioni e nella filosofia
Natura problematica della definizione di "religione
Max Weber (1864-1920) sostenne che la definizione di "religione" si può declinare alla fine della ricerca su di essa.
Leszek Kołakowski (1927-2009) ha osservato che, come per altri ambiti umanistici, difficilmente si potrà addivenire ad una definizione condivisa del termine "religione".
La definizione moderna del termine "religione" è problematica e controversa:
« Definire la religione è compito tanto ineludibile quanto improbo. È infatti evidente che, se una definizione non può prendere il posto di una indagine, quest'ultima non può avere luogo in assenza di una definizione. »
(Giovanni Filoramo. Op.cit 1993, pag.621)
Già Max Weber aveva sostenuto che:
« Una definizione di ciò che la religione 'è' non può trovarsi all'inizio, ma caso mai, alla fine di un'indagine come quella che segue. »
(Max Weber. Economia e società Milano, Comunità, 1968,pag.411. (prima ed. 1922))
Melford E. Spiro (1920-)[30] e Benson Saler[31] obiettano in proposito che quando non si definisce l'oggetto di indagine in modo esplicito si finisce per definirlo in modo implicito.
Lo storico polacco Leszek Kołakowski (1927-2009) rileva invece che:

« Studiando le attività umane nessuno dei concetti di cui disponiamo può essere definito con assoluta precisione, e, sotto questo aspetto, 'religione' non si trova in una situazione peggiore d i"arte", "società", "storia" ,"politica", "scienza", "linguaggio" e innumerevoli altre parole. Ogni definizione della religione deve essere fino ad un certo punto, arbitraria, e, per quanto scrupolosamente tentiamo di far sì che si conformi all'impiego attuale della parola nel linguaggio comune, molte persone riterranno che la nostra definizione comprenda troppo o troppo poco. »
(Leszek Kołakowski. Se non esiste Dio. Bologna, Il Mulino,1997)
Le spiegazioni sulla natura e le ragioni dell'esistenza dei credi religiosi ]
Abbozzo religione
Il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach (1804-1872) sosteneva che: la religione consiste di idee e valori prodotti dagli esseri umani, erroneamente proiettati su forze e personificazioni divine. Dio sarebbe quindi la costruzione di un Super uomo(uomo potenziato con attribuiti ideali dati dall'uomo stesso). È una forma di Alienazione (che non ha lo stesso significato attribuito da Marx), in quanto la religione estranea l'uomo da sé stesso facendogli credere di non essere in prima persona: l'uomo è sottomesso da sé stesso. La religione si trova ad essere dunque un rifugio dell'uomo di fronte alla durezza della realtà quotidiana.
Karl Marx (1818-1883) affermò che: la Religione è «il gemito della creatura oppressa, l'animo di un mondo senza cuore, così come è lo spirito d'una condizione di vita priva di spiritualità. Essa è l'oppio dei popoli .
Secondo l'ottica di Max Weber (1864-1920): le Religioni mondiali sarebbero capaci di raccogliere vaste masse di credenti e di influenzare il corso della storia universale. Weber non crede che la religione sia una forza conservatrice (Karl Marx), bensì crede che essa possa provocare enormi trasformazioni sociali: La religione influisce sulla vita sociale ed economica. Il Puritanesimo e il protestantesimo, ad esempio, furono all'origine del modo di pensare capitalistico. Ne ”L'etica protestante e lo spirito del capitalismo” Weber discusse ampiamente l'influenza del cristianesimo sulla storia dell'Occidente moderno. Weber scoprì che effettivamente alcune religioni sono caratterizzate da un ascetismo ultramondano, che privilegia la fuga dai problemi terreni, distogliendo gli sforzi dallo sviluppo economico. Il cristianesimo sarebbe una religione di salvezza per Weber, poiché è incentrata sulla convinzione che gli esseri umani possano essere salvati purché scelgano la fede e seguano le sue prescrizioni morali. Le religioni di salvezza presentano un aspetto rivoluzionario perché sono caratterizzate da un ascetismo intra mondano, cioè uno spirito religioso che privilegia la condotta virtuosa in questo mondo. Le religioni asiatiche invece avevano un atteggiamento di passività rispetto all'esistente.
Tra le riflessioni contemporanee, particolarmente interessante è la spiegazione del fenomeno religioso proposta da Marcel Gaucheta iniziare dall'opera del 1985 Il Disincanto del mondo (traduzione italiana Einaudi 1992): secondo lo storico-filosofo francese, la religione non è né una tensione individuale verso il trascendente, né una costruzione funzionale alla giustificazione del potere. La religione va invece intesa, in una prospettiva storica e antropologica, come maniera particolare di strutturazione dello spazio sociale e umano. In particolare la forma più pura di religione è da rintracciare negli animismi che caratterizzano quelle società che Pierre Clastres definisce “contro lo Stato”. Nelle società di questo tipo, la legge viene cioè fatta risalire a un tempo e a forze assolutamente altre rispetto al presente e nessun membro della società può quindi rivendicare un rapporto privilegiato con il trascendente. La nascita di un'istanza separata del potere è indisgiungibile da una trasformazione della religione: dopo tali trasformazioni, il mondo terreno e la realtà trascendente entrano in rapporto. La religione, che nella sua forma più pura era un di innescamento totale dell'instabilità sociale, una rimozione assoluta della divisione attraverso l'assolutizzazione della separazione terreno/trascendente, si apre a quella che Gauchet definisce l'uscita dalla religione.
Alcuni termini classificatori e descrittivi delle religioni
Edward Burnett Tylor introdusse, nel 1871, la nozione di "animismo".
Il teologo calvinista svizzero Pierre Viret (1511-1571) che, nel suo Instruction chrétienne del 1564 introdusse il termine "deismo".
Friedrich Schelling nel 1842 introdusse per primo il termine "enoteismo" poi ripreso e diffuso dall'indologo Friedrich Max Müller(1823-1900).
John Toland (1670-1722) nel suo Socinianism Truly Stated. Bya pantheist (1705) utilizzò per primo la nozione di "panteismo".
Animismo
"Animismo" (dall'inglese animism, a sua volta dal latino anĭma) è il termine introdotto nello studio delle religioni primitive dall'antropologo inglese Edward Burnett Tylor (1832-1917) che, nel 1871 nel suo Primitive Culture: Researches into the Development of Mythology, Philosophy, Religion, Language, Art and Custom, lo utilizzò per indicare quella prima forma di credenza spirituale ("anima" o "forza vitale") che viene riscontrata in oggetti o luoghi. In tal senso la teoria di Tylor si opponeva a quella di Herbert Spencer (1820-1903) che invece poneva nell'ateismo le convinzioni degli uomini primitivi[33].
La teoria "animistica", già messa in discussione da Marcel Mauss (1872-1950) e da James Frazer (1854-1941), è rifiutata oggi dalla maggior parte degli antropologi.
Tuttavia, come nota Jacques Vidal
« in mancanza di altre espressioni l'uso del termine rimane frequente. »
Carlo Prandi nota anche come tale termine venga utilizzato per indicare le credenze religiose dell'Africa subsahariana, quelle afrobrasiliane e quelle attinenti alle culture dell'Oceania.
Deismo
Il termine "Deismo" (dal francese déisme, a sua volta dal latino deus[36]) fu coniato dal teologo calvinista svizzero di lingua francese Pierre Viret (1511-1571) che nella sua Instruction chrétienne del 1564lo utilizzò per indicare un gruppo che si opponeva agli "ateisti". Ma Viret descrisse questo "gruppo" come di coloro che pur credendo in un Dio unico e creatore rigettavano la fede in Gesù Cristo.
Il poeta inglese John Dryden (1631-1700), in Religio Laici del 1682 definì il "Deismo" come la credenza in un Dio creatore rifiutando qualsivoglia dottrina propugnata dalla tradizione e dalla rivelazione.
Con la pubblicazione, nel 1697 del Dictionnaire historiqueet critique di Pierre Bayle (1647-1706), che riprese la nozione di Déisme suggerita da Viret, il termine fu ampiamente diffuso nella cultura europea.

Tuttavia il significato di "Deismo" ha posseduto, di volta in volta, connotazioni diverse. Allen W. Wood ne ha identificate quattro:
credenza in un Essere supremo privo di tutti gli attributi di personalità (come intelletto e volontà);
credenza in un Dio, ma rifiuto di qualsiasi cura provvidenziale da parte di questi per il mondo;
fede in un Dio, ma negazione di ogni vita futura;
credenza in un Dio, ma rifiuto di tutti gli altri articoli di fede religiosa.
Molti filosofi e scienziati, per lo più illuministi del Settecento, sostennero tali posizioni; varianti istituzionalizzate del "Deismo" sono il Culto dell'Essere supremo durante la Rivoluzione Francese e la spiritualità della Massoneria.
Enoteismo
"Enoteismo" (dal tedesco henotheismus, a sua volta dal greco εἷς eîs + θεός theós "un dio") fu il termine coniato dal Friedrich Schelling (1775-1854) in Philosophie der Mythologie und derOffenbarung (1842) per indicare un "monoteismo " rudimentale sorto durante la preistoria della coscienza e precedente al "monoteismo evoluto" e al politeismo.
Successivamente, l'indologo tedesco Friedrich Max Müller(1823-1900) utilizzò questo termine[38] per indicare una pratica propria del Ṛgveda consistente nell'isolare una divinità rispetto alle altre durante le invocazioni rituali.
Nel suo significato storico-religioso, "enoteismo" occorre ad indicare quella forma di culto per cui una divinità viene, durante il rito, momentaneamente isolata e privilegiata rispetto alle altre, assurgendo così a divinità principale.
Monoteismo
Il termine Monoteismo (neologismo greco, dal greco μόνος ,mónos = unico, solo e θεός theós = dio) caratterizza quelle religioni che propugnano l'esistenza di una singola divinità.
André Lalande (1867-1963) ha così descritto, nel suo Vocabulaire technique et critique de la philosophie, revu par MM. les membres et correspondants de la Société française de philosophie et publié, avec leurs corrections et observations par André Lalande, membre de l'Institut, professeurà la Sorbonne, secrétaire général de la Société (2 volumi) Parigi, 1927, il termine "monoteismo":
« Dottrina filosofica o religiosa che ammette un solo Dio, distinto dal mondo »
Il tema, controverso, è quali possano essere le religioni ascrivibili a questo contesto.
Dopo una disamina di tale problema, Paolo Scarpi così chi osa:
« In questa prospettiva, pertanto conviene limitare l'uso del termine monoteismo alle forme religiose che storicamente si sono affermate come tali e che hanno elaborato una speculazione teologica finalizzata alla dimostrazione dell'unicità di Dio »
Intendendo in questa prospettiva sostanzialmente l'Ebraismo, il Cristianesimo e l'Islam. Di tutt'altro avviso è invece, ad esempio, Theodore M. Ludwig che nella Encyclopedia of Religion nata dal progetto internazionale proposto da Mircea Eliade include, sia nell'edizione del 1987 che in quella del2005, nella voce Monotheism[39], altre religioni oltre quelle qui sopra citate come lo Zoroastrismo, la Religione greca nella forma di alcuni culti e nel pensiero di alcuni teologi greci, la Religione egizia del culto di Aton, il Buddhismo nella forma della Terra Pura, l'Induismo in alcune sue particolari manifestazioni e il Sikhismo.
Panteismo
Il termine Panteismo (dall'inglese pantheism a sua volta dal greco παν pan + θεός theós = tutto Dio) letteralmente significa "tutto è Dio". Tale termine fu derivato da analogo termine, pantheistic, utilizzato dal filosofo irlandese John Toland (1670-1722) nel suo Socinianism Truly Stated.By a pantheist (1705), ed ebbe larga diffusione in Europa durante le polemiche inerenti al Deismo.
Oggi il termine "Panteismo" occorre come termine tecnico-descrittivo per individuare quei credi religiosi, o filosofico-religiosi, che individuano una divinità che abbraccia ogni cosa, ovvero Dio che compenetra ogni aspetto e luogo dell'universo rendendo così sacro ogni aspetto dell'esistente, anche quello naturale .
Politeismo
Il termine "politeismo" è attestato nelle lingue moderne per la prima volta nella lingua francese (polythéisme) a partire dal XVI secolo . Il termine polythéisme fu coniato dal giurista e filosofo francese Jean Bodin, e quindi utilizzato per la prima volta nel suo De la démonomanie des sorciers (Parigi, 1580), per poi finire nei dizionari come il Dictionnaire universel françois et latin (Nancy 1740), il Dictionnaire philosophique di Voltaire (Londra 1764) e, l'Encyclopédie di D’Alembert e Diredot (seconda metàdel XVIII secolo), la cui voce polytheisme è curata dallo stesso Voltaire. Utilizzato in ambito teologico in opposizione a quello di "monoteismo"; entra nella lingua italiana nel XVIII secolo .
Il termine polythéisme, quindi "politeismo", è formato da termini derivati dal greco antico: πολύς (polys) + θεοί (theoi) ad indicare "molti dei"; quindi da polytheia, termine coniato dal filosofo giudaico di lingua greca Filone di Alessandria (20 a.C.-50 d.C.) per indicare la differenza tra l'unicità di Dio nell'Ebraismo rispetto alla nozione pluralistica dello stesso propria delle religioni antiche[43], tale termine fu poi ripreso dagli scrittori cristiani (ad esempio da Origene in Contra Celsum).
Tale termine indica quelle religioni che ammettono l'esistenza di più dei a cui destinare dei culti.
Religioni (in ordine alfabetico) con maggior numero di fedeli
Buddhismo
Il Buddhismo nel mondo
Il Buddhismo è una religione che comprende una varietà di tradizioni, credenze e pratiche, in gran parte basata sugli insegnamenti attribuiti a Siddhārtha Gautama, vissuto nel Nepal intorno al VI secolo a.C. ,comunemente appellato come il Buddha, ossia "il Risvegliato".
Le numerose scuole dottrinarie afferenti a questa religione si fondano e si differenziano in base alle raccolte scritturali riportare nei Canoni buddhisti e agli insegnamenti tradizionali trasmessi all'interno delle stesse scuole.

Le due grandi differenziazioni all'interno del Buddhismo riguardano le correnti Theravāda, presente prevalentemente in Sri Lanka, Thailandia, Cambogia, Myanmar e Laos, e Mahāyāna, presente invece prevalentemente in Cina, Tibet, Giappone, Corea, Vietnam e Mongolia.
Cristianesimo
I cristiani nel mondo per nazione
Il Cristianesimo è la religione più diffusa nel mondo, in particolare in Occidente (Europa, Americhe, Oceania). Le forme storiche de lcristianesimo sono molteplici, ma è possibile indicare tre principali suddivisioni: il Cattolicesimo, il Protestantesimo, l'Ortodossia. Oltre a queste tre suddivisioni, esistono alcuni credi che si riallacciano al Cristianesimo ma non sono classificati nelle tre categorie principali, tra cui Mormonismo e i Testimoni di Geova.
Tutte queste tradizioni cristiane riconoscono, seppure con piccole varianti, che il loro fondatore, Gesù di Nazareth, è il Figlio di Dio, e lo riconoscono come Signore. Credono altresì, a parte i Testimoni di Geova, i Mormoni ed i Protestanti Unitari, che Dio è uno in tre persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
Inoltre, seppure con qualche differenziazione sul numero dei libri, considerano la Bibbia un testo ispirato da Dio. La Bibbia dei cristiani è composta dall'Antico Testamento, il quale corrisponde alla Septuaginta, versione e adattamento in lingua greca della Bibbia ebraica con l'aggiunta di ulteriori libri, e dal Nuovo Testamento: quest'ultimo ruota interamente sulla figura di Gesù Cristo e del suo "lieto annuncio" (Vangelo).
Ebraismo
Ebraismo nel mondo
Secondo la tradizione religiosa ebraica, poche generazioni dopo Adamo, dopo che si abbandonò la fede in Dio, con Abramo, Isacco e Giacobbe fu fondata la religione ebraica, religione monoteistica dalla quale derivano il Cristianesimo e l'Islam.
I principali testi sacri dell'Ebraismo sono raggruppati nel Tanakh, composto da Torah (pentateuco), Neviim (profeti) e Ketuvim (agiografi).Oltre a questi è riconosciuto il Talmud, testo fondamentale della pratica religiosa ebraica. Gli ebrei attendono la venuta del Messia.
Induismo
Induismo nel mondo
L'Induismo è un insieme di dottrine, credenze e pratiche religiose e filosofico-religiose che hanno avuto origine in India, luogo dove risiede la maggioranza dei suoi fedeli. Secondo la tradizione, questa religione è eterna (Sanātana dharma, religione eterna) non avendo né un principio né una fine.
L'Induismo fa riferimento ad un insieme di testi sacri che per tradizione suddivide in Śruti e in Smṛti. Tra questi testi occorre ricordare in particolar modo i Veda, le Upaniṣad e la Bhagavadgītā.
Islam
Presenza musulmana nel mondo
L'Islam è la più recente delle tre principali religioni monoteiste originarie del Vicino Oriente. Ha come principale riferimento il Corano considerato libro sacro. Il testo in lingua araba, una raccolta di predicazioni orali, è relativamente breve rispetto ai testi sacri ebraici ohindū. Il termine Islam significa letteralmente "sottomissione", intesa come fedeltà alla parola di Dio. L'Islam condivide con l'Ebraismo e il Cristianesimo gran parte della tradizione dell'Antico Testamento, legittimando il riferimento biblico secondo cui Isacco/Israele (progenitore degli ebrei) eIsmaele (progenitore degli arabi) erano entrambi figli di Abramo. Riconosce la vita e le opere di Gesù ritenendolo però un profeta. La figura di riferimento dell'Islām è Muhammad (Maometto), vissuto nel VII secolo nella penisola arabica, di cui la Sunna raccoglie gli aneddoti. Le due suddivisioni principali di questa religione sono l'Islam sunnita e l'Islam sciita.
L'arianesimo è il nome con cui è conosciuta una dottrina cristologica elaborata dal monaco e teologo cristiano Ario (256-336),condannata al primo concilio di Nicea . Sosteneva che la natura divina di Gesù fosse sostanzialmente inferiore a quella di Dio e che, pertanto, vi fu un tempo in cui il Verbo di Dio non esisteva e dunque che fosse stato creato in seguito. In tal senso contraddiceva l'idea della Trinità maturata attorno agli scritti di Giustino di Nablus.
Sebbene Ario fosse stato scomunicato per eresia (LiberPontificalis - XXXIIII. Silvester - par. 4) e la sua dottrina condannata ,l’Arianesimo resistette a lungo, tanto da diventare religione ufficiale dell'impero romano durante il regno di Costanzo II. Originatasi in Egitto si diffuse soprattutto in Oriente e nel IV secolo anche in Italia. I germani cristianizzati furono inoltre i maggiori seguaci dell'arianesimo, fino al VII secolo.
Nei primi secoli del Cristianesimo la dottrina - il contenuto effettivo delle verità che il credente doveva riconoscere per potersi dire tale - e in particolare il ruolo di Gesù Cristo e il suo rapporto con il divino erano lungamente dibattuti e indagati. L'eredità della sua predicazione si prestava a molte interpretazioni e molte decisioni dovevano essere prese dai suoi successori su questioni morali, di organizzazione della comunità cristiana e di comprensione effettiva della natura del Dio adorato. Era perciò molto difficile stabilire certezze dottrinali edera molto lontana l'affermazione delle formule canoniche con cui oggi identifichiamo il Cristianesimo. Ario fu, all'epoca in cui prendeva forma definitiva la dottrina della Trinità, massimo rappresentante di una delle interpretazioni di maggior seguito della relazione tra le persone della Trinità, in particolar modo di quella tra il Padre e il Figlio. Egli non negava la Trinità, ma subordinava il Figlio al Padre, negandone la consustanzialità che sarà poi formulata nel concilio di Nicea (325) nel credo niceno-costantinopolitano, nel quale appunto si definì l'impalcatura dottrinale del cristianesimo cattolico ("universale") che si diffonderà ed imporrà nei secoli successivi.
Alla base della sua tesi v'era la convinzione che Dio, principio unico, indivisibile, eterno e quindi ingenerato, non potesse condividere con altri la propria ousìa, cioè la propria essenza divina. Di conseguenza il Figlio, in quanto “generato”, non può partecipare della sua sostanza (negazione della consustanzialità), e quindi non può essere considerato Dio allo stesso modo del Padre (proprio perché la natura divina èunica), ma può al massimo esserne una creatura: certamente una creatura superiore, divina, ma finita (avente cioè un principio) e per questo diversa dal Padre, che è invece infinito. Essendo infatti un "figlio" (e quindi "venuto dopo" Colui che lo ha generato) non esiste dall'eternità, mentre la natura divina è di per sé eterna e indivisibile. Padre e Figlio non possono dunque essere identici.
Così facendo, Ario non negava di per sé la Trinità, ma la considerava costituita da tre diverse persone (treis hypostaseis)caratterizzate da nature diverse.
Storia
Costantino
Dopo l’editto costantiniano di tolleranza del 313, in Alessandria d'Egitto si fece largo la controversia trinitaria, e le tesi che Ario aveva cominciato a diffondere fin dal 300 si propagarono molto presto in tutto l’Oriente. Il vescovo rivale Alessandro ne condannò le posizioni come “eretiche”, ma Ario poteva contare su un partito molto numeroso di fedeli, che annoverava tra l’altro anche alcuni vescovi africani e un discreto numero di vescovi orientali, tra cui Eusebio di Cesarea ed Eusebio di Nicomedia che godevano di un forte prestigio anche presso la corte. La disputa oppose per anni il clero egiziano a quello della Palestina e della Bitinia, attirando l’attenzione dell’imperatore e del popolo. Nel tentativo di porre fine alla questione, che inizialmente Costantino aveva sottovalutato, nel 325 indisse, anche per le pressioni dei suoi consiglieri ecclesiastici che erano invece molto ben inseriti nella disputa, il Concilio di Nicea. La convocazione del concilio non era però un fatto solamente religioso: all'imperatore stava a cuore soprattutto la stabilità dello Stato, e quelle questioni teologiche, coni disordini e le contese che ne derivavano, costituivano un problema politico che andava risolto con la sconfitta di una qualsiasi delle due fazioni. Costantino non aveva infatti convinzioni teologiche che lo facessero propendere particolarmente per l'una o per l'altra parte in conflitto. Benché invitati nel concilio a spiegare le loro idee, Ario ed Eusebio non riuscirono a convincere il sinodo: se infatti il Figlio di Dio non era uguale al Padre, allora non era neanche divino, o per lo meno non lo era quanto il Padre. E questo non era accettabile. La tesi poi secondo la quale "ci fu un tempo in cui il Figlio non c'era" faceva inorridire gli "ortodossi", che posero in minoranza e condannarono definitivamente le idee di Ario.
Il concilio elaborò un "simbolo", cioè una definizione dogmatica relativa alla fede in Dio, nel quale compare, attribuito al Cristo, il termine homooùsios (= consustanziale al Padre, letteralmente "della stessa sostanza"), che costituisce, tuttora, la base dogmatica del Cristianesimo storico. In assenza del papa Silvestro I (che mandò comunque suoi legati), presiedeva l’assemblea il vescovo Osio di Cordova, favorito dell’imperatore (che comunque fu presente a tutte le sessioni dei lavori), la cui influenza sullo stesso imperatore ebbe facile gioco nel conquistare il sovrano alla causa dell’ortodossia della Chiesa romana. Gli eretici furono minacciati di esilio e Ario fu bandito e spedito in Illiria. La scarsa saldezza delle convinzioni teologiche di Costantino è però dimostrata dal fatto che in soli tre anni le sue posizioni nei confronti dell’arianesimo divennero assolutamente indulgenti e tolleranti: su suggerimento della sorella Costanza e per insistenza di Eusebio di Nicomedia, fu revocato l’esilio per i vescovi ariani, lo stesso Ario fu più tardi richiamato (nel 331 o 334) ed introdotto a corte, dove riuscì a tal punto a convincere l'imperatore della bontà delle sue opinioni, benché "eretiche", che lo stesso Costantino lo riabilitò e condannò all'esilio il vescovo Atanasio di Alessandria, che di Ario era stato tra i più acri oppositori. L’ariano Eusebio di Nicomedia sostituì Osio di Cordova nel ruolo di consigliere imperiale ecclesiastico, battezzando poi lo stesso imperatore in punto di morte.
L’affermazione nicena che definiva che il Figlio fosse Dio quanto il Padre, poneva però, nell’ambiente ariano ma anche in quello “ortodosso”, almeno tre grandi interrogativi:
Può Dio generare un Figlio?
Può Dio separarsi in se stesso?
Può Dio morire (in croce o in qualsiasi altro modo)?
I seguaci di Ario portarono alle estreme conseguenze le risposte alle tre domande, che avevano in comune la conclusione che il Figlio non aveva natura divina ma, in quanto creatura di Dio, era un tramite o intermediario tra la divinità e l’umanità. Ma all’interno del movimento ariano si verificarono comunque divisioni profonde, che portarono a tre gruppi principali: la fazione radicale (detta degli Anomei (greco: Ἀνομοίοι), o Eunomiani dal nome del suo più importante esponente), fedele alla professione di fede originaria di Ario secondo la quale "il Figlio è in tutto dissimile al Padre" in quanto, essendo stato creato e fatto da ciò che prima non esisteva, non poteva definirsi generato; la fazione dei "Semiariani" o ariani moderati, fra cui lo stesso Ario tornato dall'esilio ed Eusebio di Nicomedia, che ritenevano “il Figlio simile al Padre ma non per proprietà di natura, bensì per dono di grazia, nei limiti, cioè, in cui la Creatura può essere paragonata al Creatore"; ed infine i Macedoniani secondo i quali “il Figlio è in tutto simile al Padre, mentre lo Spirito Santo nulla ha in comune né con il Padre né con il Figlio.
Costanzo II
L'arianesimo ebbe fortuna in particolare sotto gli imperatori Costanzo II (figlio di Costantino I, 337-361) e Valente (364-378) e nell'ultima fase dell'Impero Romano.
Costanzo fu ariano più per imitazione del padre che per intima convinzione, essendo anche lui poco portato alle speculazioni teologiche; l’influenza dei numerosi consiglieri ecclesiastici di cui era gremita la corte fece il resto. La convinzione di dover stabilire una dottrina che risultasse uniforme per tutto il mondo cristiano lo portò, dopo diversi sinodi che non avevano ottenuto il risultato sperato, a convocare un concilio a Nicomedia. Ma il rovinoso terremoto del 357 lo costrinse a modificare il progetto: i vescovi d’oriente (in prevalenza ariani) si sarebbero riuniti a Seleucia, mentre quelli di occidente (più vicini alla chiesa di Roma), ad Ariminum, dove però non intervenne né papa Liberio né alcun suo legato. I lavori a Seleucia si conclusero in quattro giorni, mentre le sessioni riminesi si protrassero per sette mesi, a causa della ferma intenzione del clero “occidentale” di non cedere sulle posizioni ariane: posizioni che vennero imposte dal sovrano, che impedì ai vescovi di allontanarsi dal concilio finché non avessero concordato su una posizione comune, e che poi minacciò di esilio (e in alcuni casi effettivamente esiliò) i più refrattari a condividere una visione trinitaria che affermava la somiglianza del Figlio con il Padre, ma non la consustanzialità, punto di forza del concilio di Nicea. Sfiniti dalle minacce, dai tentativi di corruzione, nonché dalla stanchezza fisica e psicologica anche i vescovi fedeli alla chiesa di Roma cedettero, salvo poi pentirsi in seguito delle proprie debolezze.
Disordini e violenze si verificarono in diverse altre circostanze, come in occasione della successione al vescovo Alessandro di Costantinopoli; l’ariano Macedonio ottenne la sede episcopale solo con la forza e con l’intervento militare, dopo che il rivale Paolo, vicino alla Chiesa di Roma, venne rapito, esiliato ed assassinato. Le sommosse popolari che seguirono all’insediamento di Macedonio furono soffocate nel sangue; lo stesso vescovo si sentì autorizzato dall’autorità imperiale di Costanzo, che lo proteggeva e aveva favorito il suo insediamento, ad imporre il suo ministero anche con la tortura e la forza delle armi[9][10].
Teodosio
Nel 380, sotto l'influsso del vescovo di Milano, Ambrogio, venne emanato da Teodosio I e Graziano l'editto di Tessalonica che definiva il credo niceno (e quindi il Cristianesimo nella formulazione romana) come religione di Stato. Oltre all’affermazione della formula nicena, che dunque toglieva di mezzo le dottrine ariane, l’editto definiva per la prima volta i Cristiani seguaci del vescovo di Roma “cattolici”, bollando tutti gli altri come eretici e come tali soggetti a pene e punizioni[11]. Si trattò, di fatto, di una persecuzione antiariana incruenta, in cui i vescovi vennero allontanati e tutte le chiese affidate al controllo dei cattolici, escludendo gli ariani da ogni luogo di culto anche dove, come a Costantinopoli, la loro comunità era decisamente di gran lunga più numerosa. Proprio nella capitale dell’impero l’imperatore Teodosio in persona sostituì il vescovo Demofilo con Gregorio Nazianzeno, portandolo quasi in trionfo per le vie della città e proteggendo il suo insediamento con un reparto di guardie imperiali armate. Lo stesso vescovo[12] deplorava che il suo insediamento protetto dalle armi, tra gente che lo guardava con rabbia e lo considerava nemico, sembrava più l’ingresso in una città conquistata da parte di un barbaro invasore[13]. Non meno appassionata e violenta era la contesa che si svolgeva in Occidente tra il vescovo Ambrogio di Milano e l’imperatrice ariana Giustina, madre e reggente del futuro imperatore Valentiniano II[14].
La condanna dell'arianesimo venne poi ribadita nel 381durante il primo concilio di Costantinopoli, proprio nella città che, nonostante l’editto, era in qualche modo riuscita a conservare una popolosa colonia ariana che accoglieva al suo interno tutti gli “eretici” di varia denominazione[15]. Negli anni successivi Teodosio ribadì con una serie di editti la sua persecuzione contro l’eresia ariana, che prevedeva la proibizione delle riunioni di culto, la destituzione e la comminazione di forti multe a vescovi e preti, l’esclusione da professioni onorevoli e lucrose e (poiché gli ariani separavano la natura del Padre da quella del Figlio) l’inibizione alla capacità di lasciti testamentari. In qualche caso si giunse anche a pronunciare sentenze capitali che però raramente vennero eseguite perché Teodosio era in realtà più propenso alla correzione che non alla punizione. Con l’affidamento dell’esecuzione dei suoi editti ad una schiera di funzionari l’imperatore istituì, di fatto, l’embrione di un ufficio di Inquisizione[16].
Medioevo
Piuttosto che scomparire, l’arianesimo spostò il suo asse verso il nord dell’impero, trovando seguaci presso i popoli “barbari” che in quel periodo si stavano spingendo contro i confini dello Stato, particolarmente Goti, Vandali e Longobardi. Grazie soprattutto alla predicazione condotta ne lIV secolo fra i Goti da parte di Ulfila (traduttore, tra l’altro, della Bibbia in lingua gotica e inventore di un tipo di alfabeto latino che sostituì gli antichi caratteri runici), l'arianesimo conobbe infatti una grande diffusione fra i popoli germanici fra i quali fiorì almeno fino al VII secolo. Questi popoli trovarono nell’arianesimo una sorta di distinzione nei confronti dell’impero romano che si professava cattolico. Fu ariano il re ostrogoto Teodorico, mentre fu Teodolinda la regina che determinò la conversione dei Longobardi al cattolicesimo. Ma nel frattempo la lotta fra cattolici e ariani(che era diventata contrasto fra “romani” e “barbari”), conobbe anche momenti drammatici e cruenti di vera guerra di religione.
Note
^ Edward Gibbon, Decadenza e caduta dell’Impero romano, cap. XXI, pp. 193 e sgg.
^ A. Clemente, Il libro nero delle eresie, pp. 180 e sgg.
^ E. Gibbon. cit., pp. 203 e sgg.
^ Tirannio Rufino, Historia Ecclesiastica, X, 12
^ A. Clemente, cit.
^ A. Clemente, cit.
^ Tirannio Rufino, Historia Ecclesiastica, X,26."
^ E. Gibbon, cit., pp. 206 e sgg.
^ E. Gibbon, cit., pp. 230 e sgg.
^ L’imperatore Giuliano, successore di Costanzo, così descrive le violenze perpetrate in nome dello zelo religioso del vescovo di Costantinopoli e dell’odio dell’imperatore nei confronti dei non ariani: “Molti furono imprigionati, perseguitati e mandati in esilio. Interi gruppi di quelli chiamati eretici furono massacrati, in modo particolare a Cizico e a Samosata. Nella Paflagonia, nella Bitinia, nella Galazia e in molte altre province, città e villaggi furono devastati e completamente distrutti” (come riportato in E.Gibbon, cit., pag. 233).
^ ”E’ nostra volontà che tutti i popoli che sono governati dalla nostra moderazione e clemenza aderiscano fermamente alla religione insegnata da s. Pietro ai Romani, conservata dalla vera tradizione e ora professata dal pontefice Damaso e da Pietro, vescovo di Alessandria, uomo di apostolica santità. Secondo la disciplina degli Apostoli e la dottrina del Vangelo, crediamo nella sola divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, sotto un’uguale maestà e una pia Trinità. Autorizziamo i seguaci di questa dottrina ad assumere il titolo di cristiani cattolici, e siccome riteniamo che tutti gli altri siano dei pazzi stravaganti, li bolliamo col nome infame di eretici, e dichiariamo che le loro conventicole non dovranno più usurpare la rispettabile denominazione di chiese. Oltre alla condanna della divina giustizia, essi debbono prepararsi a soffrire le severe pene che la nostra autorità guidata da celeste sapienza, crederà d’infliggere loro. ”(Codex Theodosianus, libro XVI, titolo I, legge 2, come riportata in E.Gibbon.op. cit., cap. XXVII, pp. 186 sg.).
^ Gregorio Nazianzeno, “De vita sua”.
^ E. Gibbon, cit., pp. 191 e seg.
^ E. Gibbon, cit., pp. 200 e seg.
^ E.Gibbon, cit, pag. 188
^ E. Gibbon, cit., pp. 196 e seg.
^ A. Clemente, cit.
"Ma perché, in questa nano particella di universo, noi che ci siamo per forza abbarbicati sopra siamo così stupidi?
Perché siamo così presuntuosi da autoincoronarci come i principi del creato e contemporaneamente distruggiamo ogni cosa alla quale possiamo arrivare?
Perché corriamo ad occhi bendati verso la distruzione di questo capolavoro?"
Io penso che forse l'uomo sia un errore della natura per questa sua natura così diversa da tutte le altre cose che ella ha creato, è possibile che questo nostro istinto distruttivo sia dovuto al fatto che dobbiamo inevitabilmente estinguerci più brevemente possibile prima che la nostra specie si propaghi anche in altri pianeti e continui la sua opera di devastazione.

ECCO PERCHÉ' NESSUNO SI RIBELLA AL SISTEMA!!!
RIVOLUZIONE POPOLARE, Società, Vita di tutti i giorni
Ti sei mai chiesto perché nessuno reagisce di fronte all'infame ondata di oppressione e abuso di ogni tipo che stiamo subendo? Non rimani perplesso del fatto che non succede assolutamente nulla, viste le tante rivelazioni di casi di corruzione, ingiustizia, rube
rie e prese in giro della legge e della popolazione in genere, alla quale si è rubato letteralmente il presente e il futuro? Ti sei mai chiesto perché non scoppia una rivoluzione di massa e perché tutti sembrano essere addormentati e ipnotizzati? In questi ultimi anni ogni tipo di informazioni che dovrebbe aver danneggiato la struttura del Sistema fino alle sue fondamenta, è stata resa pubblica, eppure questa stessa struttura continua a essere intatta senza neppure un graffio superficiale. Questo rende palese un fatto veramente preoccupante che sta sotto il nostro naso e al quale nessuno presta attenzione. Il fatto che CONOSCERE LA VERITA' non importa a nessuno, sembra incredibile, ma i fatti lo confermano giorno dopo giorno.
L'informazione non è rilevante. Rivelare i più oscuri segreti e renderli di dominio pubblico non produce nessun effetto, nessuna risposta da parte della popolazione per quanto i segreti siano terribili e scioccanti. Per decenni abbiamo creduto che chi lottava per la verità, gli informatori capaci di svelare fatti nascosti o mettere in piazza i panni sporchi potevano cambiare le cose, potevano alterare il divenire della storia.
Siamo cresciuti in realtà, con la convinzione che conoscere la verità era cruciale per creare un mondo migliore e più giusto e di chi lottava per rivelare il nemico più grande dei potenti tiranni. E forse per un periodo è stato così. Oggi, però, "l'evoluzione" della società e soprattutto della psicologia di massa ci ha portato a un nuovo stato di cose: uno stato mentale della popolazione che non avrebbe osato immaginare il più alienato dei dittatori. Il sogno di ogni tiranno della faccia della terra: non dover nascondere né occultare niente al suo popolo.
Poter mostrare pubblicamente tutta la sua corruzione, malvagità e prepotenza senza doversi preoccuparsi di alcuna risposta da parte di quelli che opprime. Questa è la realtà del mondo in cui viviamo. E se credete che questa sia un'esagerazione, osservate voi stessi ciò che vi circonda.
Il caso della Spagna è lampante. Un paese immerso in uno stato di putrefazione generalizzato, divorato fino all'osso dai vermi della corruzione in tutti gli ambiti:
 giuridico
 industriale
 sindacale
 politico (soprattutto)
Uno stato di decomposizione che ha ecceduto tutti i limiti immaginabili, fino a infettare con la sua pestilenza tutti i partiti politici in maniera irreparabile. Eppure, nonostante siano resi pubblici continuamente tutti questi scandali di corruzione politica, gli Spagnoli continuano a votare per la maggior parte gli stessi partiti politici, dando tuttalpiù alcuni dei loro voti a partiti più piccoli che non rappresentano in nessun modo una possibilità reale. E potremmo continuare così per tutte le comunità autonome o il governo proprio centrale dove le due grandi famiglie politico-criminali del paese, PP e PSOE, si sono dedicate a saccheggiare senza alcuna moderazione.
E nonostante siano stati resi pubblici tutti questi casi di corruzione generalizzata, siano state rivelate le implicazioni delle alte sfere finanziarie e industriali con il tacito consenso del potere giuridico, la dimostrazione che in forma attiva o passiva riguarda il Sistema in tutti gli ambiti e si rende impossibile la creazione di un futuro sano per il paese, nonostante tutto ciò, la risposta della popolazione è stata... non fare niente .La cittadinanza ha risposto al massimo con "l'esercitare il legittimo diritto di manifestazione", un'attività molto simile a quella che fa la massa quando la sua squadra di calcio vince una competizione ed esce per strada a celebrarla. Nessuno ha fatto niente di effettivo per cambiare le cose, salvo un piccolo spuntino .Nel caso della corruzione venuta alla luce in Spagna e l'inesistente reazione della popolazione, è un solo esempio tra i tanti nel mondo. Adesso riportiamo il caso dello sport di massa, sotto pressione per il sospetto di corruzione, di manipolazione di dopaggio e per la molto probabile adulterazione di tutte le competizioni sotto il controllo commerciale delle grandi marche...nonostante questo, continuano ad apparire in televisione con un seguito sempre più numeroso.
Tutto ciò si impoverisce davanti alla gravità delle rivelazioni di Edward Snowden e confermate dai governi in causa che ci hanno detto in faccia alla luce di riflettori che tutte le nostre telefonate , le attività sui social networks, il nostro navigare in Internet è controllato e che ci stiamo dirigendo inesorabilmente verso l'incubo del Grande Fratello vaticinato da George Orwell nel "1984".E la cosa più allucinante è che "una volta filtrate" queste informazioni, nessuno si è preoccupato di ribatterle. Tutti i mezzi di comunicazione, i poteri politici e le grandi imprese di Internet implicate nello scandalo, hanno confermato pubblicamente come un qualcosa di reale e indiscutibile questo stato di sorveglianza. L'unica cosa che hanno promesso, in maniera poco convincente e a mezza bocca che non continueranno a farlo...e si sono permessi anche di darci alcuni dettagli tecnici!
E quale è stata la risposta della popolazione mondiale quando è stata rivelata questa verità? Quale è stata la reazione generale di fronte a queste rivelazioni? Nessuna. Tutti continuano ad essere assorbiti dal loro smartphone, continuano a rotolarsi nel dolce fango dei social network e continuano a navigare nelle acque infestate di Internet senza muovere nemmeno una falange di un dito... A cosa serve, allora, dire la verità? Nel caso ipotetico che Edward Snowden o Julian Assange siano personaggi reali e non creazioni mediatiche con una missione segreta, a cosa sarebbe servito il loro sacrificio?
 Che utilità ha accedere all'informazione e rivelare la verità se non provoca nessun cambiamento, alterazione, trasformazione?
 A che serve conoscere in forma esplicita e documentata il fatto che l'energia nucleare può solo portare disgrazie come dimostrato dai terribili incidenti di Chernobyl e Fukushima, se queste rivelazioni non provocano nessun effetto?
 A cosa serve sapere che le banche sono enti criminali dediti al saccheggio di massa, se continuiamo a utilizzarle?
 A cosa serve sapere che il mangiare è adulterato e contaminato da ogni tipo di prodotti tossici, cancerogeni o transgenici, se continuiamo a mangiarli?
 A cosa serve sapere la verità su qualsiasi fatto importante se non reagiamo per quanto gravi siano le sue implicazioni.
Non inganniamoci da soli per quanto sia duro accettare tutto questo. Affrontiamo la realtà così com'è... Nella società attuale, conoscere la verità non significa nulla
Informare sui fatti che veramente succedono, non ha nessuna reale utilità; anzi la maggior parte della popolazione è arrivata a un livello tale di degradazione psicologica che come dimostreremo, la rivelazione della verità e accedere all'informazione, rafforzano ancora di più la loro incapacità di risposta e l'inerzia mentale.
La grande domanda è: perché? Che cosa ha portato tutti noi a quest'apatia generale? E la risposta, come succede sempre quando ci rivolgiamo domande di questo tipo, è tra le più inquietanti. Ed è in relazione con il condizionamento psicologico cui è sottoposto l'individuo della società attuale. I meccanismi che disattivano la nostra risposta quando accediamo alla verità per quanto scandalosa possa essere, sono semplici ed effettivi. E sono nella nostra vita quotidiana.
Tutto si basa su un eccesso d'informazione.

E' un bombardamento degli stimoli così esagerato che provoca una catena di avvenimenti logici che finiscono con lo sfociare in un'effettiva mancanza di risposta: in pura apatia. E per lottare contro questo fenomeno è bene conoscere come si sviluppa il processo...

COME SI SVILUPPA IL PROCESSO?
Per prima cosa dobbiamo capire che questo stimolo sensoriale che riceviamo è carico d'informazioni.
Il nostro corpo è predisposto alla percezione e alla lavorazione di stimoli sensoriali, ma la chiave del tema sta nella percezione di carattere linguistico dell'informazione, per linguistico sta a indicare ogni sistema organizzato con il fine di codificare e trasmettere informazione di ogni tipo. Per esempio, ascoltare una frase o leggerla comporta la sua entrata nel nostro cervello a livello linguistico. Ma lo stesso avviene quando guardiamo il logo di un'impresa, l'ascolto delle note musicali di una canzone, guardare un segnale del traffico o udire la sirena dell'ambulanza, tanto per darvi alcuni esempi...
Oggi, una persona è sottoposta a migliaia di stimoli linguistici di questo tipo solo durante un giorno; molti li percepiscono in forma cosciente, ma la grande maggioranza in forma non cosciente che deve essere elaborata dal nostro cervello. Potremmo dividere il processo di captare ed elaborare questa informazione in tre fasi:1. percezione2. valorizzazione3. rispostaPercezione.Indubbiamente, in tutta la storia dell'umanità, apparteniamo alla generazione che ha la capacità più grande di elaborare informazioni a livello celebrale, con potere di differenziare soprattutto a livello visivo e auditivo. Man mano che nascono e crescono nuove generazioni acquisiscono una maggiore velocità di percezione dell'informazione. Una dimostrazione di quanto affermato la ritroviamo nel cinema. Guardate un vecchio film western di John Wayne, una scena qualsiasi di azione per esempio una sparatoria. E poi guardate una scena di sparatoria o di inseguimento di macchine di un film odierno. Una qualsiasi scena d'azione di un film attuale è piena di successioni rapidissime di primi piani di breve durata.
Solo in 3 o 4 secondi si vedranno diverse figure :il volto del protagonista che guida, quella del compagno che grida, la mano sul cambio della macchina, il piede che spinge il pedale, la macchina che schiva un pedone, l'inseguitore che slitta, il cattivo che afferra la pistola, che spara dal finestrino, ecc... e ogni primo piano sarà durato al massimo una decina di secondi. Le immagini si succedono a tutta velocità come gli spari di una mitragliatrice. Eppure siete in grado di vederle tutte e di elaborare il messaggio che contengono.
Adesso rivedete il film di John Wayne. Non troverete successioni di scene a ritmo di mitragliatrice, ma successioni di scene dalla durata più lunga e con un campo visivo più ampio. Probabilmente uno spettatore dell'epoca di John Wayne si sarebbe sentito male vedendo un film attuale poiché non era abituato a elaborare tanta informazione visiva a tale velocità. Questo è un semplice esempio del bombardamento di informazioni cui è sottoposto il cervello di ognuno di noi oggi rispetto a quello di una persona di cinquant'anni fa.
Aggiungeteci tutte le fonti di informazioni che ci circondano, come la televisione, la radio, la musica, l'onnipresente pubblicità, i segnali del traffico, i diversi tipi di abbigliamento che indossano le persone che incrociamo per la strada e che rappresentano ognuna di loro, un codice linguistico per il tuo cervello, l'informazione che vedete sul cellulare, sul tablet, in internet e inoltre i vostri impegni sociali, le fatture, le preoccupazioni e i desideri che hanno programmato tu avessi, ecc. ecc. ...Si tratta di un'autentica inondazione di informazione che il vostro cervello deve elaborare continuamente. Tutto questo con un cervello della stessa misura e capacità di quello spettatore dei western di John Wayne di cinquant'anni fa. Per quanto ne sappiamo, sembra che il nostro cervello abbia la capacità sufficiente per percepire tali volumi di informazione e comprendere il messaggio associato a questi stimoli. Il problema quindi non sta lì. Infatti, sembra che il nostro cervello ne goda poiché ci siamo trasformati in tossicodipendenti degli stimoli. Il problema sembra risiedere nella fase che segue.
Valutazione.
Noi ci scontriamo con i nostri limiti quando dobbiamo valutare l'informazione ricevuta, cioè quando arriva l'ora di giudicare e analizzare le implicazioni che comporta. Questo succede perché non abbiamo il tempo materiale per fare una valutazione profonda di quell'informazione.
Prima che la nostra mente, da sola e con i criteri chele sono propri, possa giudicare in maniera più o meno profonda l'informazione che riceviamo, siamo bombardati da un'ondata di stimoli che ci distraggono e inondano la nostra mente. E per questa ragione che non arriviamo a valutare nella giusta misura l'informazione che riceviamo per quanto importanti siano le implicazioni che comporta.
Per capire meglio tutto questo, utilizzeremo un'analogia sotto forma di una piccola storia. Immaginiamo una persona molto introversa che passa la maggior parte del suo tempo rinchiusa in casa. Praticamente non ha amici e non intavola relazioni sociali di nessun tipo. Supponiamo adesso che questa persona vada al supermercato a comprare una bottiglia di latte e quando va a pagare gli cade per terra e la rompe causando grande scompiglio e macchiandosi i vestiti sotto gli occhi di tutti e della cassiera. Quando questa persona torna a casa, isolata com'è e senza uno stimolo sociale, darà probabilmente un gran valore a quanto avvenuto al supermercato. Si domanderà perché gli è caduto il latte e quale movimento falso abbia fatto perché questo avvenisse; si domanderà se la colpa fosse sua, o della bottiglia che era troppo spigolosa; nella sua testa analizzerà lo sguardo della cassiera e i gesti e i commenti di ogni cliente; osserverà anche le macchie sui vestiti e tenterà di indovinare ciò che hanno pensato gli altri di lui. Si sentirà ridicola e giudicherà quel fatto meramente aneddotico molto più importante di quanto lo sia stato in realtà. Solo perché quella situazione ridicola al supermercato sarà il grande avvenimento del giorno o della settimana. E forse non lo dimenticherà mai per tutta la vita.
Adesso sostituiamo la persona introversa e senza relazioni con un modello opposto. Una persona estroversa che passa tutto il giorno circondata da una gran quantità di persone e di fatti, interagendo freneticamente con clienti e compagni di lavoro, che parla al telefono, organizza incontri, compra, vende, fa riunioni, ride, si arrabbia e termina la giornata bevendo un bicchiere con gli amici. Supponiamo che questa persona va a comprare il latte e anche a lei cade la bottiglia causando un gran scompiglio e macchiandosi i vestiti. La sua valutazione dell'accaduto sarà solo aneddotica poiché rappresenta un evento in più tra tutti quelli a carattere sociale che sperimenta durante la giornata. E in poche ore se ne sarà dimenticata. Una persona della società attuale, assomiglia molto al secondo modello, sottoposta a una grande quantità di stimoli sensoriali, sociali e linguistici.
Per noi, ogni informazione ricevuta è rapidamente digerita e dimenticata, portata via dalla corrente incessante dell'informazione che entra nel nostro cervello come un torrente. Perché viviamo immersi nella cultura del "twit", un mondo dove ogni riflessione su un evento dura 140 caratteri. E questa è la profondità massima cui arriva la nostra capacità di analisi. E' per questa ragione, per la nostra impotenza di valutare e giudicare da soli il volume di informazione al quale siamo sottoposti, che l'informazione che ci è trasmessa, porta incorporata l'opinione che dobbiamo averne, cioè quello che dovremmo pensare dopo aver realizzato una valutazione approfondita dei fatti, cioè chi emette l'informazione risparmia al ricevente lo sforzo di dover pensare.
Questo è il procedimento che utilizzano i grandi mezzi di comunicazione e in un mondo di individui autenticamente pensanti sarebbe tacciato di manipolazione e lavaggio del cervello. La televisione è un esempio lampante. L'esempio degli onnipresenti incontri politici dove gli ospiti sono presentati come "opinionisti". La loro funzione è generare l'opinione che noi dovremmo costruire da soli. Così il bombardamento di informazione continuo e incessante nel nostro cervello ci impedisce di giudicare adeguatamente il valore dei fatti, con un criterio nostro. Ci toglie il tempo che dovremmo avere per soppesare le conseguenze di un avvenimento e lo frammenta in pezzettini da 140 caratteri e lo trasforma in un giudizio breve e superficiale. Risposta.
Una volta che la valorizzazione personale dei fatti è ridotta alla minima espressione, entriamo nella fase decisiva del processo, quella che è priva della nostra risposta. Qui entrano in gioco le emozioni e i sentimenti, il motore di ogni risposta e azione. Frammentando e riducendo il nostro tempo, riduciamo la carica emotiva che associamo all'informazione. Osserviamo le nostre reazioni: possiamo indignarci molto nel vedere una notizia in un notiziario, per esempio lo sgombero forzato di una famiglia senza mezzi, ma dopo pochi secondi siamo bombardati da un'informazione diversa che porta verso un'altra emozione superficiale e diversa che ci fa dimenticare la precedente. Per esprimere questo in forma grafica e chiara: la nostra capacità di giudizio e di analisi è pari a un "tweet", la nostra risposta emotiva è pari a un emoticon. E qui sta la chiave. Qui rimane disattivata la nostra possibile risposta. Per capire meglio, torniamo all'analogia della persona introversa ed estroversa che rompeva la bottiglia di latte al supermercato. La persona introversa chiuse nel suo mondo che ha dato un valore più profondo ai fatti avvenuti al supermercato continuerà a rimuginarci sopra più volte. Non dimenticherà facilmente le emozioni legate al ridicolo che ha provato in quel momento e con molta probabilità esporre continuamente le proprie emozioni finirà con provare un certo imbarazzo solo a ripensarci. E' possibile che non torni per un certo periodo a fare spesa in quel supermercato, anche se implica il fatto di dover andare più lontano a comprare il latte; arriverà anche a provare repulsione per il luogo e le persone che l'hanno reso ridicolo. L'energia emotiva che ha messo su questo fatto concreto diventerà una reazione effettiva per il fatto. Invece, la persona estroversa tornerà al supermercato senza nessun problema poiché mentalmente quanto accaduto, non ha rilevanza emotiva; tuttalpiù arrossirà al vedere la cassiera o qualche cliente. La persona estroversa non intraprenderà azioni effettive e tangibili che derivano dal fatto della bottiglia di latte. Oltre le valutazioni fatte su questi personaggi inventati, questi esempi ci servono per dimostrare che il bombardamento incessante dell'informazione cui siamo sottoposti finisce con lo sfociare in una frammentazione della nostra energia emotiva e perciò finiamo col dare una risposta superficiale o nulla. E' una risposta che per il momento in cui viviamo intuiamo che dovrebbe essere molto più contundente eppure non arriviamo a darla perché ci manca l'energia sufficiente per farlo. E tutti guardiamo disperati gli altri e ci domandiamo: "Perché non reagiscono? Perché non reagisco? "E questa impotenza alla fine diventa una sensazione di frustrazione e di apatia generale. Questa sembra essere la ragione per cui non avviene una Rivoluzione quando per la logica dei fatti dovrebbe essere già scoppiata. Si tratta quindi di un fenomeno psicologico. Questo è il meccanismo di base che interrompe ogni risposta della popolazione davanti ai continui abusi che riceve. E' la base sulla quale si poggiano tutte le manipolazioni mentali cui ci sottopongono oggi E' il meccanismo psicologico che rende la popolazione docile e sottomessa. Potremo riassumere il tutto così: L'eccessivo bombardamento di informazioni ci impedisce di avere il tempo necessario per dare il giusto valore a ogni informazione ricevuta e, di conseguenza, associarla a una carica emotiva sufficiente per generare una reazione effettiva e reale.

COSPIRAZIONE O FENOMENO SOCIALE?
Non ha importanza se tutto questo fa parte di una grande cospirazione atta a controllarci o se siamo arrivati a questo punto per via dell'evoluzione della società, perché le conseguenze sono esattamente le stesse: i più potenti faranno il possibile per mantenere attivi questi meccanismi e fomenteranno anche il suo sviluppo secondo le loro potenzialità solo perché ne ricevono benefici .Rivelare la verità, in effetti, favorisce questi meccanismi. Ai più potenti non importa mostrarsi come sono o svelare i propri segreti per quanto sporchi e oscuri siano. Rivelare queste verità occulte contribuisce in gran parte all'aumento del volume di informazione con il quale siamo bombardati.
Ogni segreto portato alla luce produce nuove ondate di informazioni che possono essere manipolate e rese tossiche con l'aggiunta di dati falsi, contribuendo così alla confusione e al caos dell'informazione e da qui arrivano nuove ondate secondarie di informazioni che ci stordiscono ancora di più e ci fanno sprofondare di più nell'apatia.
Se combattiamo quest'apatia, frutto della poca energia emotiva con cui cerchiamo di rispondere, con le tremende difficoltà che il sistema ci mette davanti quando è il momento di punire i responsabili, si generano nuove ondate di frustrazione sempre più forti che ci portano passo dopo passo alla resa definitiva e alla totale sottomissione.
Non ponetevi nessun dubbio: alle persone che ostentano il potere interessa bombardarvi con enormi volumi di informazioni il più superficiali possibili; perché una volta instaurata questa forma di interagire con l'informazione ricevuta, tutti noi ci trasformeremo in persone dipendenti da questo incessante scambio di dati.
l bombardamento di stimoli è una droga per il nostro cervello che ha bisogno di sempre più velocità per lo scambio di informazioni ed esige meno tempo per poterle vagliare.
Succede a tutti noi: ci costa sempre più fatica leggere un lungo articolo pieno di informazioni strutturate e ragionate. Abbiamo l'esigenza che sia stringato, più veloce, che si legga in una sola riga e che si possa ingerire come una pasticca e non come un lauto pranzo.
Il nostro cervello si è trasformato in un tossicodipendente da informazione rapida, in un drogato avido di continui dati da ingerire pensati e analizzati da un altro cervello in modo che noi non dobbiamo fare lo sforzo di fabbricare una nostra opinione complessa e contraddittoria. Il fatto è che noi odiamo il dubbio perché ci obbliga a pensare. Non vogliamo farci domande. Vogliamo solo risposte rapide e facili. Siamo e vogliamo essere antenne riceventi e replicanti di informazioni come meri specchi che riflettono immagini esterne. Gli specchi però sono piani e non hanno vita propria, tutto quello che riflettono viene da fuori. L'essere umano a gran velocità si sta dirigendo verso quello stato di fatto. Lo permetteremo?
CONCLUSIONE: Tutto quanto è stato scritto, forse non lo avreste voluto ascoltare. E' poco stimolante ed è qualcosa di complicato e farraginoso, ma le complesse realtà non possono essere ridotte in un titolo ingegnoso di tweet. Per intraprendere una profonda trasformazione del mondo, per iniziare un'autentica Rivoluzione che cambi tutto e ci porti verso una migliore realtà, dovremmo discendere nelle profondità della nostra psiche, fino alla sala macchine, dove si muovono tutti i meccanismi che determinano le nostre azioni e i nostri movimenti. E' lì che si risolve l'autentica guerra per il futuro dell'umanità.
Nessuno ci salverà facendo da un pulpito dei proclami brillanti e delle promesse per una società più giusta ed equa. Nessuno ci salverà raccontandoci una verità presunta o rivelandoci i segreti più oscuri dei poteri occulti. Come abbiamo visto, l'informazione e la verità non sono importanti perché i nostri meccanismi di risposta sono invariati. Dobbiamo scendere fino a loro e ripararli; e per fare ciò dobbiamo sapere come funzionano. E non sarà necessario fare un complesso corso di psicologia: osserviamo con attenzione e ragioniamo da soli e potremo raggiungere il risultato.
Non si tratta di qualcosa di esoterico o basato su strane credenze dal carattere Mistico, Religioso o New Age. E' pura logica: non c'è rivoluzione possibile senza una profonda trasformazione della nostra psiche a livello individuale perché la nostra Mente è programmata dal Sistema. Per cambiare quindi il Sistema che ci imprigiona, prima lo dobbiamo disinstallare dalla nostra mente. Lo faremo?