2. gen, 2016

VERSO LA FINE DELLA RAZZA UMANA PER COME LA CONOSCIAMO? Prima parte.

VERSO LA FINE DELLA RAZZA UMANA PER COME LA CONOSCIAMO? Prima parte.
Le previsioni sul futuro catastrofico dell'umanità ormai sono ben note a tutti. ... A me sembra talvolta che il nostro mondo stia ballando sull'abisso dell'apocalisse totale. ... fine delle condizioni per poter mantenere il pianeta in equilibrio, e dunque il collasso o è la Fine per un Nuovo Inizio Molto Migliore?
La dissociazione paranoide del nostro stato traumatizzato è insita fin nelle radici più profonde della nostra cultura, perfino in un concetto apparentemente del tutto neutro e “oggettivo” come quello di tempo. Ognuno di noi ha nella mente l'immagine del tempo come una linea su cui scorre il presente, simile a una freccia, che parte dal caos informe della Creazione e si compie nella Rivelazione finale dell'estremo futuro. L'artificiosa separazione del soggetto dal mondo distingue il tempo come uno sfondo definito e riconoscibile, un “fenomeno” che l'uomo subisce come un limite esterno, ostile e opprimente, identificato nel movimento meccanico degli orologi. Così si ha la percezione del divenire come una asettica e oggettiva “freccia” di fronte a cui noi non siamo che microscopiche ed effimere nullità, travolte e schiacciate dall'implacabile e “rapida” marcia verso la sua meta nell'estremo Futuro, segnata dalle lancette sui quadranti.
Per non sparire in un istante dobbiamo quindi diventare parte del Futuro che ci trascende, attraverso un continuo lavoro su noi stessi per trasformarci in esseri avanzati, moderni, superiori. La stessa idea lineare del tempo non è altro che la pura espressione cronologica dell'utopia e della conseguente gerarchia: la Verità è nell'avvenire; vi sono uomini più avanti degli altri, dei profeti che già la intravedono; a loro tutti gli altri devono obbedienza, per essere guidati verso la Luce. “I giovani hanno sempre ragione” diceva J. Goebbels, uno che di gerarchia se ne intendeva.
Ma oggi sappiamo che quest'idea di tempo è falsa. Essa raggiunse la sua massima espressione teorica con Newton, agli albori dell'era industriale, e cominciò a scricchiolare solo con Einstein. Da alcuni anni la scoperta della piena concordanza tra relatività speciale e correlazione quantistica a distanza l'ha definitivamente sepolta. Era solo un mito. Il divenire è indissolubilmente legato all'attività del nostro cervello, non è un fatto empirico, oggettivo e distinto come hanno continuato a credere alcuni fisici fino a pochi anni fa: anche se possiamo immaginare di rallentarlo, o rovesciarlo, come in un film proiettato al rallentatore o al contrario, subirebbero la stessa sorte anche i nostri processi mentali e la formazione della memoria, così che il mondo ci apparirebbe esattamente come ci appare, con il tempo che “scorre rapido verso il futuro”. Tutte le classiche teorie sul vissuto soggettivo della velocità del tempo, di carattere psicologico o filosofico, condividono lo stesso assunto fondamentale, ben nascosto e del tutto ingiustificato: che esista un flusso oggettivo del divenire, di cui la nostra mente valuta, più o meno correttamente, la velocità. Ma è falso: la freccia del divenire non esiste nella realtà fisica, è una rappresentazione, una “invenzione” della nostra mente.
 La nostra cultura è totalmente impreparata a questa rivoluzione. Se ci rivolgiamo a un antichissimo passato, le cose cambiano. In origine l'idea di tempo non era affatto lineare: non era una “freccia” che puntava da qualche parte. Non mi riferisco al tempo ciclico del mondo greco e dell'India, che comunque possiede un evidente sviluppo lineare assimilabile a quello ebraico-cristiano: età dell'oro, decadenza, fine apocalittica e ritorno di una rinnovata età dell'oro, con l'unica differenza che l'“apocatastasi” finale può essere l'inizio di un nuovo ciclo, ma potrebbe essere anche il compimento definitivo in una “liberazione” dalla prigione corporea. Penso invece all'incantato mondo ancestrale, privo di ogni alienazione cronologica, in cui l'uomo non è lacerato tra la perduta età dell'oro e l'apocalisse-paradiso, in cui non ha l'angosciante sensazione della nullità del suo tempo (e quindi del suo essere) nel grande cammino della Storia verso la Verità finale.
 Le popolazioni primarie non vivevano di memorie, non erano ossessionate dai compleanni e dal conteggio della loro età. Per quanto riguarda il futuro, avevano scarso interesse a controllare quello che ancora non esiste. Essi vivevano uniti, istante per istante, con il flusso della vita attorno a loro. Avevano consapevolezza delle stagioni, ma questo non costituiva una percezione alienata del tempo come un'entità oggettiva e separata che corre verso la morte o la Salvezza, derubandoli del piacere di vivere. La sede più propria del presente era il presente stesso, eravamo noi. Non c'era nulla di superlativo o di terribile da aspettare con ansia, consumando la vita in una spietata rincorsa del Domani, nell'inseguimento di infiniti sogni e progetti. Non esisteva l'angoscia del presente che corre verso la morte, verso l'estremo futuro. Non esistevano nemmeno i calendari, strumento fondamentale di dominio e di indottrinamento utopico, attraverso l'illusione numerica della “crescita”, come rappresentazione immediata di un percorso a tappe forzate verso la Pienezza, la Verità trascendente, da compiersi attraverso ritmi e scadenze a cui obbedire rigorosamente. Il tempo non era scandito da alcun tamburo che il ritmo dei nostri sentimenti e della natura, in una reciproca, totale, mistica appartenenza.
 Nella nostra società odierna l'addestramento alla schiavitù cronologica è una parte essenziale dell'educazione scolastica: da essa apprendiamo di essere inguaribilmente pigri e ritardatari, anche se prima non ce ne eravamo mai accorti.
Siamo diventati prigionieri degli orologi e delle campane, che torreggiano sulle città a ricordarci ogni ora la nostra schiavitù verso il domani, attraverso i suoi profeti. Come una droga, il ritmo inflessibile degli orologi e delle ricorrenze vorrebbe lenire l'angoscia e la paura, mentre in realtà le rinnova e le approfondisce. Nel monastero, microcosmo della perfetta umanità in cammino verso la morte, in cui a un'ora precisa di ogni giorno si doveva scavare la propria tomba, questa schiavitù era così assoluta da espropriare l'identità stessa.
 L'esistenza di momenti e di eventi, che costituiscono la vita, implica un passato definito, che gli dà spessore. Più il passato o il futuro si allungano, più il presente diventa inconsistente, insignificante, incolore. Se sono infiniti, sparisce del tutto.
La credenza in una vita meravigliosa dopo la morte non solo non libera dall'angoscia di una vita alienata e opprimente, ma la amplifica nella allucinante attesa di venire ulteriormente disumanizzati, alienati da tutti i limiti che ci definiscono come persone. L'alienazione è, infatti, precisamente il rifiuto della nostra condizione di indispensabile finitezza, che, comunque, comporta l'eterna, assoluta inattualità della morte personale.
Ciò che ci angoscia tanto, quindi, non è certo l'innocua sorella morte: è la morte in vita, la possibilità incombente di una devastante solitudine interiore, il tradimento quasi inevitabile della nostra più intima e completa vocazione umana. Il pretesto di un Paradiso “fuori” della nostra esistenza è uno dei modi con cui siamo tenuti a questa catena. I nostri antenati, nella loro totale identificazione simbiotica con il mondo e con gli altri, non conoscevano questa devastante paura di vivere, di “fallire”, e quindi non avevano nessuna paura della morte, come gli animali e i bambini.
Il tono dinamico dell'affettività umana è stato costruito dall'evoluzione per dipanarsi su un arco di circa settant'anni, come quello di un orso su trenta e di una volpe su dieci. Questa evidenza era intuitivamente ben presente alle popolazioni primarie, non ancora alienate dal trauma della civilizzazione. In seguito, la lacerante separazione dalla nostra più autentica e piena vocazione umana creò uno stato cronico di intima insoddisfazione, un profondo malessere esistenziale che fece sentire la vita come una gabbia angusta e opprimente, in cui il tempo reificato dai calendari non fluiva più in totale sintonia con il ritmo naturale dei sentimenti e delle passioni. Da questa gabbia non restava quindi che una sola possibile “uscita”.
Se avessimo l'esistenza pienamente umana per cui siamo fatti (e non ce ne può essere una migliore di quella che è lo specchio del nostro cuore e della nostra mente) questa aspettativa improbabile non avrebbe alcuna particolare attrattiva. Infatti le società pre-assiali non la conoscevano: la generalizzata credenza in una temporanea sopravvivenza spirituale era semplicemente l'espressione saggia e naturale del fatto che una persona non è solo un singolo corpo, ma un'entità sociale, così che un incidente mortale alla sua sede fisica non può certo cancellarla d'un colpo: i defunti sopravvivono realmente nella mente dei loro parenti e amici, rivelandosi nel sogno, che il nostro arido riduzionismo ha rigettato come futili “illusioni” senza realtà, ridotta a quella “oggettiva” delle manipolazioni empiriche misurabili.

TOWARDS THE END OF THE HUMAN RACE FOR THE KNOW HOW? First part.
Projections for the future catastrophic humanity now are well known to all. ... It seems to me sometimes that our world is dancing on the abyss of the apocalypse total. ... The end of the conditions to keep the planet in balance, and therefore the collapse or is the end for a New Beginning Very Best?
Dissociation of our paranoid been traumatized is inherent in the very deepest roots of our culture, even in a concept apparently quite neutral and "objective" as that time. Everyone has in mind the image of time as a line on which flows the present, like an arrow, which starts from the formless chaos of creation and is fulfilled in the final revelation of the extreme future. The artificial separation of the subject from the world stands out as long as a background defined and recognizable, a "phenomenon" that man undergoes as an outer limit, hostile and oppressive, identified in the mechanical movement watches. So you have the perception of becoming like a tank and objective "arrow" in front of which we are but tiny and ephemeral nothingness, overwhelmed and crushed by the implacable and "fast" moving towards its destination in the far future, marked by hands on the dials.
Not to disappear in an instant we must then become part of the future that transcends us, through a continuous work on ourselves to transform us into beings advanced, modern, top quality. The very idea of ​​linear time is nothing but the pure expression chronological utopia and the resulting hierarchy: Truth is in the future; There are men ahead of the others, of the prophets that already glimpsed; they all others must obey, to be guided to the light. "Young people are always right," said J. Goebbels, one of hierarchy he meant.
But we now know that this idea of ​​time is false. It reached its maximum theoretical expression with Newton, at the dawn of the industrial age, and began to creak only with Einstein. For several years, the discovery of the full correlation between special relativity and quantum correlation distance has definitively buried. It was just a myth. Becoming is inextricably linked to the activity of the brain, is not an empirical fact, objective and distinct as they continued to believe some physicists until a few years ago, although we can imagine to slow it down, or reverse it, as in a film screened at slow motion or otherwise, would suffer the same fate even our thought processes and memory formation, so that the world will appear exactly as it appears, by the time "flows rapidly into the future." All the classic theories on subjective experience of the speed of time, psychological or philosophical, share the same fundamental assumption, well hidden and unjustified: that there is a flow objective of becoming, of which our mind currency, more or less successfully , the speed. But it is false: the arrow of becoming does not exist in physical reality, is a representation, an "invention" of our minds.
 
Our culture is totally unprepared for this revolution. If we turn to a very ancient past, things change. Originally the idea of ​​time was not linear: it was not an "arrow" pointing somewhere. I am not referring to the cycle time of the greek world and India, which still has an obvious linear development comparable to that Jewish-Christian age, decay, apocalyptic end and return to a renewed golden age, with the ' except that the '' apocatastasis "final may be the beginning of a new cycle, but could also be the definitive fulfillment in a" release "from prison body. I think instead all'incantato ancestral world, free from all alienation chronological, in which man is torn between the lost golden age and the apocalypse-paradise, where has the distressing feeling of nullity of his time ( and then of his being) in the great course of history towards the ultimate Truth.
 
Primary populations not living memory, they were not obsessed with birthdays and the count of their age. As for the future, they had little incentive to control what does not yet exist. They lived united, instant by instant, with the flow of life around them. They were aware of the seasons, but this was not an alienated perception of time as an objective entity separate and running towards death or salvation, robbing them of the pleasure of living. The venue was the most proper of this present itself, we were. There was nothing superlative or terrible to look forward, consuming life in a relentless pursuit of Tomorrow, in the pursuit of endless dreams and projects. There was anguish of this running towards death, to the far future. Not even exist calendars, fundamental instrument of domination and indoctrination utopian, through the illusion of numerical "growth", as immediate representation of a forced march towards the path to fullness, the transcendent Truth, to be accomplished through rhythms and deadlines that obey strictly. The weather was not marked by any drum that the pace of our feelings and nature, in a mutual, total, mystical membership.
 
In our society today training slavery history is an essential part of school education: from it we learn to be incorrigibly lazy and laggards, although first there were not ever realize.
We have become prisoners of clocks and bells, towering over the town to remind us every now our slavery to the future, through his prophets. Like a drug, the relentless pace of the watches and recurrence would soothe the anguish and fear, while actually renews and deepens. In the monastery, perfect microcosm of humanity on the way to death, in which at a specific time every day you had to dig their own grave, that slavery was so absolute as to expropriate the very identity.
 
The existence of moments and events, which constitute life, implies a definite past, which gives thickness. More than the past or the future are getting longer, the more this becomes inconsistent, insignificant, colorless. If you are infinite, it disappears altogether.
The belief in a wonderful life after death not only not free from the anguish of a life alienated and oppressive, but amplifies the incredible waiting to be further dehumanized, alienated from all the limitations that define us as people. Alienation is, in fact, precisely the rejection of our condition as essential finitude, which, however, involves the eternal, absolute irrelevance of personal death.
What we fear so much, then, is not the harmless sister death is death in life, the looming possibility of a devastating inner solitude, the almost inevitable betrayal of our most intimate and complete human vocation. The pretext of a Paradise "outside" of our existence is one of the ways by which we are bound to this chain. Our ancestors, in their total identification symbiotic with the world and with others, did not know this devastating fear of living, "fail", and so they had no fear of death, as animals and children.
The dynamic tone of human affectivity was built by evolution to unfold over a period of about seventy years, like that of a bear of thirty and a fox out of ten. This evidence was intuitively in mind the primary populations, not yet alienated from the trauma of civilization. Later, the lacerating separation from our most authentic and full human vocation created a chronic state of intimate dissatisfaction, a profound existential malaise that made him feel life as a narrow cage and oppressive, in which time reified calendars did not flow more in total tune with the natural rhythm of feelings and passions. From the jail he did not stay so that one can "exit".
If we had a fully human existence we were made (and there can not be better than that which is the mirror of our heart and our mind) unlikely that expectation would have no particular attraction. In fact, the company pre-axial did not know: the generalized belief in a temporary spiritual survival was simply the expression wise and natural that a person is not just a single body, but a social entity, so that a fatal accident at its physical location certainly can not erase it at once: the dead really survive in the minds of their relatives and friends, revealing itself in the dream, that our arid reductionism rejected as futile "illusions" without fact, reduced to the "objective" of manipulations empirical measurable.

Hacia el final de la raza humana por el COMO SABER ? Primera parte.
Las proyecciones para el futuro la humanidad catastrófica ahora son bien conocidos por todos. ... Me parece a veces que nuestro mundo está bailando en el abismo del total apocalipsis. ... El fin de las condiciones para mantener el planeta en equilibrio, y por lo tanto el colapso o es el final de un nuevo comienzo Very Best?
La disociación de nuestra paranoica sido traumatizado es inherente a las raíces más profundas de nuestra cultura, incluso en un concepto aparentemente bastante neutral y "objetiva", como entonces. Todo el mundo tiene en mente la imagen del tiempo como una línea en la que fluye el presente, como una flecha, que se inicia desde el caos informe de la creación y se cumple en la revelación final de la futura extrema. La separación artificial de la materia del mundo se destaca como siempre y un fondo definido y reconocible, un "fenómeno" que el hombre experimenta como un límite exterior, hostil y opresivo, identificado en el movimiento mecánico relojes. Por lo que tiene la percepción de ser como un tanque y objetiva "flecha" frente a la cual no somos más que pequeña y efímera nada, abrumado y aplastado por el implacable y "rápida" avanzar hacia su destino en el futuro lejano, marcado por las manos en los diales.
No a desaparecer en un instante debemos entonces a formar parte del futuro que nos trasciende, a través de un trabajo continuo en nosotros mismos para transformarnos en seres avanzados,, de calidad superior moderna. La idea misma de tiempo lineal es más que la utopía cronológico expresión pura y la jerarquía resultante: La verdad es que en el futuro; Hay hombres por delante de los otros, de los profetas que ya vislumbran; todos ellos deben obedecer los demás, a ser guiados a la luz. "Los jóvenes son siempre tiene la razón", dijo J. Goebbels, uno de jerarquía que quería decir.
Pero ahora sabemos que esta idea del tiempo es falsa. Alcanzó su máxima expresión teórica con Newton, en los albores de la era industrial, y comenzó a crujir únicamente con Einstein. Durante varios años, el descubrimiento de la correlación total entre la relatividad especial y la distancia de correlación cuántica ha enterrado definitivamente. Era sólo un mito. Convertirse está inextricablemente ligada a la actividad del cerebro, no es un hecho empírico, objetiva y clara, ya que seguían creyendo algunos físicos hasta hace unos años, a pesar de lo que podemos imaginar para reducir la velocidad, o hacia atrás, como en una película proyectada en cámara lenta o de otro modo, sufriría la misma suerte incluso nuestros procesos de pensamiento y formación de la memoria, para que el mundo aparecerá exactamente como aparece, por el tiempo "fluye rápidamente en el futuro." Todas las teorías clásicas sobre la experiencia subjetiva de la velocidad del tiempo, psicológico o filosófico, comparten el mismo supuesto fundamental, bien escondido e injustificado: que hay un objetivo flujo del devenir, de las cuales nuestra moneda mente, más o menos éxito , la velocidad. Pero es falso: la flecha de convertirse no existe en la realidad física, es una representación, una "invención" de nuestras mentes.
 
Nuestra cultura está totalmente preparado para esta revolución. Si nos dirigimos a un pasado muy antiguo, las cosas cambian. Originalmente la idea del tiempo no fue lineal: no era una "flecha" que señala en alguna parte. No me refiero al tiempo de ciclo del mundo griego y la India, que todavía tiene un desarrollo lineal obvia comparable a la edad judeo-cristiana, decaimiento, final apocalíptico y volver a una época dorada renovada, con el " excepto que el '' apocatástasis "final puede ser el comienzo de un nuevo ciclo, pero también podría ser el cumplimiento definitivo en una" liberación "de cuerpo prisión. Creo que en lugar all'incantato mundo ancestral, libre de toda cronológico alienación, en que el hombre se debate entre la edad de oro perdida y el apocalipsis-paraíso, donde tiene la sensación angustiosa de nulidad de su tiempo ( y luego de su ser) en el gran curso de la historia hacia la Verdad última.
 
Poblaciones primarias no tenga memoria, no estaban obsesionados con los cumpleaños y la cuenta de su edad. En cuanto al futuro, tenían pocos incentivos para controlar lo que aún no existe. Vivían unidos, instante a instante, con el flujo de la vida que les rodea. Eran conscientes de las estaciones, pero esto no fue una percepción alienada del tiempo como una entidad objetiva independiente y corriendo hacia la muerte o la salvación, robándoles el placer de vivir. El lugar era el más correcto de este mismo presente, estábamos. No había nada superlativo o terribles de mirar hacia adelante, consumiendo la vida en una búsqueda incesante de la mañana, en la búsqueda de los sueños y proyectos interminables. Hubo angustia de esta corriendo hacia la muerte, para un futuro lejano. Ni siquiera existen calendarios, instrumento fundamental de la dominación y utópico adoctrinamiento, a través de la ilusión de "crecimiento" numérica, como la representación inmediata de una marcha forzada hacia el camino a la plenitud, la Verdad trascendente, que se logra a través de los ritmos y plazos que obedecer estrictamente. El clima no fue marcado por cualquier tambor que el ritmo de nuestros sentimientos y de la naturaleza, en una mutua, total, la pertenencia mística.
 
En nuestra sociedad de hoy la formación de la historia la esclavitud es una parte esencial de la educación escolar: de ella aprendemos a ser incorregiblemente perezoso y rezagados, aunque primero había nunca darse cuenta.
Nos hemos convertido en prisioneros de relojes y campanas, que se eleva sobre la ciudad para nosotros cada recordarle ahora nuestra esclavitud al futuro, a través de sus profetas. Como una droga, el ritmo implacable de los relojes y la recurrencia sería calmar la angustia y el miedo, mientras que en realidad se renueva y profundiza. En el monasterio, perfecto microcosmos de la humanidad en el camino a la muerte, en el que en un momento determinado todos los días había que cavar su propia tumba, que la esclavitud era tan absoluta como para expropiar la identidad misma.
 
La existencia de momentos y acontecimientos, que constituyen la vida, implica un pasado definido, que da espesor. Más que el pasado o el futuro son cada vez más larga, más esto se vuelve inconsistente, insignificante, incoloro. Si usted es infinita, desaparece por completo.
La creencia en una vida maravillosa después de la muerte no sólo no libre de la angustia de una vida alienada y opresiva, pero amplifica la espera increíble para estar más deshumanizado, alejados de todas las limitaciones que nos definen como personas. La alienación es, de hecho, precisamente el rechazo de nuestra condición de finitud esencial, que, sin embargo, implica la eterna irrelevancia, absoluto de la muerte personal.
Lo que tememos tanto, entonces, no es la hermana muerte inofensiva es la muerte en la vida, la posibilidad inminente de una soledad interior devastadora, la traición casi inevitable de nuestra vocación humana más íntima y completa. El pretexto de un "afuera" Paraíso de nuestra existencia es una de las maneras por las cuales estamos obligados a esta cadena. Nuestros antepasados, en su total identificación simbiótica con el mundo y con los demás, no sabían esta devastadora miedo de vivir, "a prueba", por lo que no tenía miedo a la muerte, ya que los animales y los niños.
El tono dinámico de la afectividad humana fue construido por la evolución para desarrollarse en un período de unos setenta años, como la de un oso de los treinta y un zorro de cada diez. Esta evidencia fue intuitivamente en cuenta las poblaciones primarias, aún no alienados por el trauma de la civilización. Más tarde, la separación lacerante de nuestra más auténtica y plena vocación humana creó un estado crónico de insatisfacción íntima, un profundo malestar existencial que le hizo sentir la vida como una jaula estrecha y opresivo, en el que los calendarios de tiempo cosificado no fluyen más en total sintonía con el ritmo natural de los sentimientos y las pasiones. Desde la cárcel no se quedó de manera que uno puede "salir".
Si tuviéramos una existencia plenamente humana nos hicieron (y no puede ser mejor que lo que es el espejo de nuestro corazón y nuestra mente) poco probable que las expectativas no tendría ningún atractivo particular. De hecho, la empresa pre-axial no sabía: la creencia generalizada en una supervivencia espiritual temporal era simplemente la expresión sabia y natural que una persona no es sólo un cuerpo único, sino una entidad social, por lo que un accidente fatal en su ubicación física ciertamente no puede borrarlo de inmediato: los muertos realmente sobreviven en la mente de sus familiares y amigos, que se revela en el sueño, que nuestro reduccionismo árido rechazó "ilusiones", como inútiles y sin efecto, reducida a la "objetiva" de manipulaciones empírica medible.